Dafne Rebaudo, la madre contesta la scarcerazione del compagno dopo la nuova perizia

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La scarcerazione del compagno di Dafne Rebaudo riapre il dolore della madre, che contesta la decisione e ribadisce di non credere a un gesto volontario. L’indagine sulla morte a Tor Bella Monaca resta aperta dopo una nuova perizia.

Dafne Rebaudo
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La decisione del Tribunale del Riesame di revocare la custodia cautelare nei confronti del compagno di Dafne Rebaudo ha provocato una dura reazione della madre della giovane. Laura Grispigni ha raccontato di essere rimasta profondamente scossa dalla scarcerazione dell’uomo, indagato nell’inchiesta sulla morte della figlia.

Dafne era stata trovata senza vita il 13 luglio alla base di un edificio di via dell’Archeologia, nel quartiere romano di Tor Bella Monaca, dopo essere precipitata dalla terrazza condominiale. Il compagno era stato successivamente fermato e poi sottoposto a custodia cautelare, mentre gli investigatori cercavano di ricostruire quanto accaduto nelle ore precedenti alla caduta.

La situazione giudiziaria è cambiata dopo una nuova consulenza tecnica sulla traiettoria della caduta. I primi accertamenti avevano indicato che il corpo fosse arrivato a circa sei metri dalla verticale del palazzo, mentre la nuova ricostruzione avrebbe ridotto la distanza a circa tre metri. Un elemento che ha inciso sulla valutazione del quadro indiziario e ha portato alla revoca della misura cautelare.

Secondo gli accertamenti tecnici, Dafne sarebbe comunque precipitata di schiena, circostanza considerata poco compatibile con l’ipotesi di un gesto volontario. Tra gli scenari ancora valutati dagli investigatori figura anche una possibile caduta accidentale durante una colluttazione. Le indagini, dunque, proseguono e le responsabilità restano da accertare.

La madre della giovane non nasconde la propria preoccupazione per la libertà concessa all’indagato e teme che possa lasciare l’Italia. Ha inoltre riferito che la vicenda le ha provocato un forte stato di agitazione, spiegando di aver avuto recentemente problemi di pressione e di essersi recata al pronto soccorso.

Grispigni ha ribadito di non credere che la figlia volesse togliersi la vita. Nei giorni precedenti, ha raccontato, Dafne le era apparsa più serena e aveva già programmato diversi impegni per quella giornata, tra cui alcune commissioni in farmacia e in banca e la cura dei suoi animali.

La donna ha precisato di non aver mai conosciuto personalmente il compagno della figlia. Dafne, secondo il suo racconto, le aveva detto che tra loro i rapporti andavano bene, mentre successivamente la madre avrebbe appreso dell’esistenza di frequenti litigi riferiti da alcuni vicini.

Un altro elemento che Grispigni considera difficile da comprendere è il mancato contatto da parte dell’uomo dopo la morte della figlia. La madre ha spiegato di non aver ricevuto messaggi né da lui né dal suo legale e ha interpretato questo silenzio come un comportamento per lei inatteso, pur trattandosi di una valutazione personale che non incide sull’accertamento giudiziario dei fatti.

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