Tfr dal 2027, addio alla clausola di salvaguardia: chi può pagare più tasse

Notizia in breve

Dal 1° gennaio 2027 sarà eliminata la clausola di salvaguardia sul Tfr, che consente di applicare le aliquote Irpef del 2006 se più favorevoli. L’effetto potrà essere un prelievo maggiore soprattutto per alcuni redditi di riferimento elevati.

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Tfr dal 2027, addio alla clausola di salvaguardia: chi può pagare più tasse
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Dal 1° gennaio 2027 cambierà uno dei meccanismi utilizzati per determinare la tassazione del trattamento di fine rapporto. Il nuovo Testo unico delle imposte sui redditi prevede infatti l’abrogazione della clausola di salvaguardia che, fino alla fine del 2026, permette di applicare le aliquote e gli scaglioni Irpef vigenti al 31 dicembre 2006 quando risultano più favorevoli al lavoratore.

La modifica deriva dal decreto legislativo 117 del 19 giugno 2026, che dal prossimo anno farà venir meno una tutela introdotta con la legge finanziaria per il 2007. Il meccanismo era stato pensato per evitare che il passaggio al nuovo sistema Irpef producesse, in alcuni casi, un’imposizione più pesante sulle somme corrisposte alla cessazione del rapporto di lavoro.

Il Tfr segue infatti il regime della tassazione separata. La somma viene accantonata progressivamente durante gli anni di lavoro, ma l’imposta viene determinata quando matura il diritto alla sua percezione. Fino al 2026, nel calcolo può essere effettuato anche il confronto con le aliquote e gli scaglioni del 2006, applicando il risultato più conveniente.

Dal 2027 questo confronto non sarà più previsto. Ciò non significa, però, che ogni lavoratore destinato a ricevere il Tfr subirà automaticamente un aumento dell’imposta. La clausola oggi produce effetti soltanto quando il vecchio sistema risulta effettivamente più vantaggioso rispetto alle regole applicabili al momento della cessazione del rapporto.

Le conseguenze potranno quindi variare da caso a caso. Il beneficio della salvaguardia tende a essere più rilevante in presenza di redditi di riferimento elevati, mentre per molti altri lavoratori la sua eliminazione potrebbe non determinare differenze oppure avere un impatto limitato.

Un elemento decisivo sarà la data in cui termina il rapporto di lavoro. L’abrogazione non riguarda soltanto il Tfr che verrà maturato dal 2027, perché il trattamento può comprendere somme accumulate in molti anni precedenti. Per questo la novità interessa soprattutto chi andrà in pensione, cambierà datore di lavoro o comunque cesserà il rapporto dopo l’entrata in vigore delle nuove disposizioni.

Resta inoltre da chiarire nel dettaglio la disciplina applicabile alle cessazioni collocate a ridosso del passaggio tra il 2026 e il 2027. Su alcuni aspetti operativi potranno essere necessarie indicazioni specifiche dell’amministrazione finanziaria.

L’ammontare del Tfr maturato ogni anno dipende dalla retribuzione del dipendente. In via indicativa, con una retribuzione lorda annua di 24.000 euro la quota accantonata può essere di circa 1.658 euro, mentre con 30.000 euro sale a circa 2.073 euro. Con uno stipendio annuo di 40.000 euro si arriva a circa 2.764 euro.

Per retribuzioni più alte, l’accantonamento annuo può raggiungere circa 3.456 euro con 50.000 euro lordi e circa 4.147 euro con 60.000 euro. Si tratta in ogni caso di valori lordi, ai quali al momento della liquidazione viene applicato il regime fiscale previsto per il trattamento di fine rapporto.

L’effetto concreto dell’abolizione della clausola non può quindi essere quantificato con una percentuale valida per tutti. Il risultato dipenderà dall’ammontare del Tfr, dalla storia reddituale del lavoratore e dal confronto tra il sistema che sarà applicabile dal 2027 e quello che, fino al 2026, consente ancora di richiamare le aliquote Irpef del 2006.

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