Smart glasses e privacy, dai LED alle ricerche facciali: quali rischi e come difendersi

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Gli smart glasses con fotocamere e microfoni possono rendere più discreta la raccolta di immagini e, se abbinate a strumenti esterni, facilitare l’identificazione di una persona. Ridurre i dati online resta una difesa essenziale.

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Gli occhiali intelligenti assomigliano sempre più a normali montature da vista o da sole, ma alcuni modelli integrano fotocamere, microfoni e funzioni basate sull’intelligenza artificiale. Chi li indossa può quindi fotografare o registrare ciò che ha davanti senza dover estrarre uno smartphone, rendendo meno evidente l’acquisizione delle immagini.

Il rischio per la privacy non deriva necessariamente dagli occhiali stessi. I Ray-Ban Meta, per esempio, non identificano automaticamente gli sconosciuti attraverso il riconoscimento facciale. Una fotografia raccolta con questi dispositivi può però essere elaborata successivamente con servizi esterni capaci di confrontare un volto con immagini disponibili sul Web.

Le possibili conseguenze sono state mostrate nel 2024 da I-XRAY, progetto sperimentale sviluppato dagli studenti di Harvard AnhPhu Nguyen e Caine Ardayfio. La dimostrazione combinava smart glasses, motori di ricerca facciale e banche dati pubblicamente accessibili per mostrare quanto fosse già possibile ricavare da una semplice immagine.

Nel sistema, i Ray-Ban Meta venivano utilizzati soprattutto come telecamera indossabile. Le immagini passavano poi a strumenti esterni che cercavano fotografie dello stesso volto online e tentavano di associarle a un nome. Da questa informazione potevano essere avviate ulteriori ricerche su numeri di telefono, indirizzi e altri dati personali disponibili pubblicamente.

Gli autori di I-XRAY hanno presentato il progetto come una dimostrazione dei rischi legati alle tecnologie già esistenti e non hanno diffuso pubblicamente il codice. L'aspetto più significativo dell'esperimento era proprio la combinazione tra una fotocamera discreta e la grande quantità di informazioni personali reperibili su Internet.

Per segnalare che è in corso una ripresa, i dispositivi Meta dispongono di un LED rivolto verso l'esterno che si illumina durante l'acquisizione di fotografie e video. Nell'agosto 2026 l'azienda ha rafforzato questo sistema dopo che era emersa la possibilità di avviare una registrazione con la luce visibile e coprirla successivamente.

Con l'aggiornamento introdotto a fine agosto, la fotocamera smette di funzionare se il LED viene coperto durante una registrazione. Il controllo visivo resta quindi uno dei primi elementi a cui prestare attenzione quando ci si trova davanti a qualcuno che indossa questo tipo di occhiali.

Non tutti gli smart glasses adottano però gli stessi sistemi di segnalazione. Inoltre, l'uso della fotocamera per scattare foto o registrare video va distinto da alcune funzioni di intelligenza artificiale che possono elaborare ciò che l'utente osserva senza creare necessariamente un contenuto destinato alla condivisione.

Quando una registrazione è evidente, la soluzione più immediata consiste nel chiedere alla persona di interromperla e di cancellare eventuali immagini o filmati già realizzati. Anche le indicazioni per l'uso responsabile degli smart glasses invitano chi li indossa a rispettare le persone circostanti e a chiedere il consenso quando necessario.

La protezione più efficace non riguarda però soltanto il momento della ripresa. Una fotografia diventa molto più utile per identificare qualcuno quando il suo volto è facilmente collegabile a un nome e quando a quel nome corrispondono numerose informazioni pubbliche.

Un controllo utile consiste quindi nel cercare periodicamente il proprio nome sui motori di ricerca e verificare quali dati siano accessibili. Google consente, in determinati casi, di individuare risultati contenenti indirizzo di casa, numero di telefono o indirizzo email e di presentare una richiesta di rimozione dai risultati.

La cancellazione da un motore di ricerca non elimina però automaticamente la pagina originaria. Se l'informazione resta pubblicata sul sito che la ospita, occorre rivolgersi direttamente al relativo gestore per cercare di ottenere la rimozione alla fonte.

Esistono inoltre strumenti per limitare la presenza del proprio volto nei motori di ricerca facciale. PimEyes, uno dei servizi impiegati nell'esperimento I-XRAY, prevede una procedura di esclusione che richiede l'invio di una fotografia e una verifica dell'identità per individuare e bloccare le corrispondenze associate al volto.

Anche i profili social meritano attenzione. Fotografie pubbliche associate contemporaneamente a nome completo, città, luogo di lavoro e altri dettagli facilitano l'incrocio delle informazioni. Limitare la visibilità dei contenuti personali e rimuovere quelli non più necessari può ridurre la quantità di dati utilizzabili per ricostruire un'identità.

Se una foto o un video vengono pubblicati online, è necessario individuare innanzitutto la piattaforma o il sito che ospita il contenuto. Da lì è possibile utilizzare gli strumenti di segnalazione disponibili oppure chiedere direttamente la rimozione al gestore, quando ne ricorrono i presupposti.

In alcuni casi può essere esercitato anche il diritto alla cancellazione dei dati personali. Il diritto all'oblio può comprendere la deindicizzazione di determinati risultati dai motori di ricerca, ma la valutazione dipende dalle circostanze concrete e non equivale a una cancellazione automatica di qualsiasi contenuto presente online.

Non esiste invece una soluzione fisica capace di rendere una persona sempre invisibile ai sistemi di riconoscimento facciale. Abiti e motivi grafici progettati per confondere determinati algoritmi sono stati sperimentati, ma la loro efficacia dipende dal sistema utilizzato e non garantisce una protezione costante.

La difesa più concreta passa quindi da più comportamenti insieme: osservare i segnali di registrazione degli smart glasses, intervenire quando una ripresa è evidente e soprattutto ridurre la quantità di informazioni personali facilmente associabili al proprio volto. È proprio questa combinazione tra immagini e dati già presenti online a rappresentare uno dei rischi principali.

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