Corea del Sud e Stretto di Hormuz, Seul valuta l'invio di forze tra pressioni Usa e chip
La Corea del Sud valuta un possibile contributo militare nello Stretto di Hormuz senza aver preso una decisione definitiva. Seul pesa le pressioni degli Usa, la sicurezza nella penisola coreana e i delicati negoziati commerciali sui chip.
Seul non ha ancora deciso se inviare forze militari nello Stretto di Hormuz. Il governo del presidente Lee Jae Myung sta esaminando diverse possibilità per contribuire alla sicurezza della navigazione, mentre dagli Stati Uniti aumenta la pressione perché la Corea del Sud assuma un ruolo più attivo nell’area.
La presidenza sudcoreana ha chiarito che ogni eventuale iniziativa dovrà essere compatibile con il livello di prontezza militare necessario nella penisola coreana e rispettare le procedure previste dalla legge. L’ipotesi resta quindi allo studio e, al momento, non è stata avviata la procedura per chiedere l’autorizzazione del Parlamento.
Tra le soluzioni considerate ci sarebbero missioni che non comportano necessariamente un coinvolgimento diretto nei combattimenti. Il governo valuta infatti diverse forme di sostegno, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla libertà di navigazione e alla stabilità della regione senza ridurre le capacità difensive sudcoreane.
Le indiscrezioni circolate a Seul indicano tra i mezzi possibili un aereo da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon, una nave per il supporto logistico e un’unità specializzata nella bonifica di ordigni. La presidenza ha però ribadito che nessuna configurazione operativa è stata approvata.
La questione arriva in una fase delicata dei rapporti con Washington. Donald Trump ha più volte sollecitato gli alleati a sostenere maggiormente gli Stati Uniti nella crisi con l’Iran e ha criticato Seul per alcune scelte in materia di difesa. Il presidente americano ha inoltre richiamato la riduzione della durata di alcune esercitazioni militari congiunte, collegandola ai rapporti con il leader nordcoreano Kim Jong Un.
Per Lee Jae Myung la scelta è particolarmente complessa. Da una parte c’è l’alleanza militare con Washington, che mantiene migliaia di soldati in Corea del Sud; dall’altra resta la necessità di non indebolire il dispositivo destinato a fronteggiare eventuali tensioni con la Corea del Nord.
Hormuz ha inoltre un peso diretto per l’economia sudcoreana. La Corea del Sud dipende in larga misura dalle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente e una parte consistente del petrolio e del gas naturale liquefatto importati dal Paese transita attraverso le rotte della regione. Garantire la sicurezza dello stretto rappresenta quindi anche un interesse economico nazionale.
Un eventuale dispiegamento potrebbe richiedere il passaggio dal Consiglio per la sicurezza nazionale e successivamente l’autorizzazione dell’Assemblea nazionale. Seul dispone tuttavia di precedenti che mostrano soluzioni diverse. Nel 2020, durante la presidenza di Moon Jae-in, il governo ampliò l’area operativa di un’unità impegnata contro la pirateria nel Golfo di Aden, estendendone le attività anche verso Hormuz.
La situazione attuale è però legata a un quadro regionale molto più teso. Dal 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno condotto operazioni militari contro l’Iran, seguite dalla risposta di Teheran. Lo Stretto di Hormuz è così diventato uno dei punti più sensibili del confronto, con conseguenze dirette sulla navigazione commerciale e sui flussi energetici.
La prudenza di Seul riguarda anche il rischio che una missione venga interpretata come un intervento contro l’Iran. Per questo una delle ipotesi è limitare il contributo sudcoreano a compiti di pattugliamento, assistenza logistica, sminamento e protezione delle rotte commerciali, evitando attività offensive.
La discussione sulla sicurezza si intreccia inoltre con i negoziati economici tra Corea del Sud e Stati Uniti. I due Paesi hanno raggiunto un accordo che prevede investimenti sudcoreani negli Usa per 350 miliardi di dollari, ma restano aperte questioni rilevanti, soprattutto nel settore dei semiconduttori.
L’amministrazione Trump sta preparando una nuova politica tariffaria sui chip, con l’obiettivo di favorire la produzione negli Stati Uniti. Per aziende sudcoreane come Samsung Electronics e SK Hynix il tema è particolarmente importante, considerato il peso del mercato americano e gli investimenti già programmati nel Paese.
La presidenza sudcoreana ha negato che il dossier Hormuz sia formalmente utilizzato come leva nei colloqui commerciali, pur riconoscendo le difficoltà presenti nei negoziati con Washington. Difesa, investimenti e semiconduttori restano quindi dossier distinti, ma si muovono contemporaneamente in una fase di forte pressione sui rapporti tra i due alleati.
Se l’invio di personale militare venisse approvato, rappresenterebbe una delle più significative missioni sudcoreane all’estero degli ultimi anni e riporterebbe in primo piano il rapporto strategico con gli Stati Uniti. Per ora, tuttavia, Seul continua a valutare costi, modalità e conseguenze politiche senza aver assunto un impegno definitivo.
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