Guerra Usa-Iran, i vertici militari avvertono Hegseth sui rischi di un conflitto prolungato
I vertici militari Usa hanno avvertito Pete Hegseth che un prolungamento della guerra contro l’Iran rischia di ridurre la capacità americana di fronteggiare altre minacce, mentre nuovi raid hanno colpito l’isola di Larak.
Un impegno militare su larga scala contro l’Iran protratto nel tempo potrebbe compromettere la capacità degli Stati Uniti di rispondere ad altre crisi internazionali e persino a eventuali minacce dirette al territorio americano. È l’allarme consegnato al segretario alla Difesa Pete Hegseth da alcuni dei principali vertici delle Forze armate statunitensi.
La valutazione è contenuta nell’edizione del 14 agosto del Secretary of Defense Orders Book, documento classificato utilizzato dal Pentagono per fare il punto sulle disponibilità di personale, navi, aerei e armamenti. Le osservazioni sono state formulate dai responsabili di Esercito, Marina e Aeronautica e dai comandanti delle forze impegnate in Europa, Asia e America Latina.
Le preoccupazioni riguardano soprattutto gli effetti di una presenza prolungata in Medio Oriente. Mezzi e reparti trasferiti nella regione sono stati sottratti ad altri comandi, con conseguenze sulla possibilità di svolgere missioni, mantenere un adeguato livello di addestramento e conservare risorse sufficienti per affrontare eventuali emergenze in altri scenari.
Le riserve espresse dai vertici militari arrivano mentre le operazioni contro Teheran sono tornate a intensificarsi. Il 30 agosto le forze statunitensi hanno colpito due postazioni iraniane sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz, dopo aver individuato membri delle Guardie Rivoluzionarie impegnati, secondo il comando americano, nella preparazione di razzi destinati a trasportare mine marine.
L’attacco ha segnato la ripresa delle azioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani dopo diverse settimane. La guerra, iniziata alla fine di febbraio, ha progressivamente spostato una parte rilevante delle risorse americane verso il Medio Oriente e ha reso lo Stretto di Hormuz uno dei punti più delicati della crisi.
Il presidente Donald Trump ha più volte respinto le indiscrezioni su possibili carenze di munizioni e sistemi di difesa, comprese le disponibilità di missili e droni. Le valutazioni interne al Pentagono, tuttavia, mostrano timori legati soprattutto alla sostenibilità di un impiego prolungato delle forze e all’effetto che questo potrebbe avere sulla prontezza militare complessiva degli Stati Uniti.
Oltre 50 mila militari americani sono stati mantenuti in stato di allerta nell’area mediorientale. Una parte dei reparti già schierati dovrebbe inoltre restare nella regione nei prossimi mesi e, in alcuni casi, fino al 2027.
Alcuni comandanti hanno formalizzato il proprio dissenso rispetto all’estensione della presenza militare, pur confermando che continueranno a eseguire gli ordini ricevuti. Esercito e Aeronautica hanno invece sostenuto la decisione di Hegseth, accompagnandola però con l’avvertimento sui rischi di un impegno troppo lungo.
La crisi resta legata anche al controllo dello Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per i traffici energetici mondiali. Le difficoltà alla navigazione e gli scontri nell’area hanno già avuto effetti sui mercati petroliferi, mentre Washington e Teheran continuano a confrontarsi senza che sia emersa una soluzione stabile al conflitto.
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