Iran, Trump alza la pressione economica: Cina, Emirati e Turchia tra i partner più esposti

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Donald Trump prepara una nuova stretta economica contro l’Iran, minacciando sanzioni anche ai Paesi che continuano a commerciare con Teheran. Cina, Emirati, Turchia, Iraq, India e Russia sono tra i partner più esposti alle misure.

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Washington punta a stringere ulteriormente l’assedio economico attorno all’Iran, estendendo la pressione anche ai Paesi, alle imprese e agli intermediari che continuano a sostenere gli scambi con Teheran. Donald Trump ha annunciato conseguenze economiche per chi offrirà una linea di sostegno alla Repubblica islamica, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha preannunciato un nuovo pacchetto di sanzioni particolarmente severo.

La strategia americana non riguarda soltanto le esportazioni petrolifere iraniane. Le autorità statunitensi stanno cercando di colpire anche le reti finanziarie, commerciali e logistiche utilizzate per aggirare le restrizioni, trasferire valuta e acquistare materiali destinati anche ai programmi militari. Tra i nodi considerati più sensibili figurano circuiti che passano attraverso diversi centri finanziari e commerciali asiatici e mediorientali.

Un primo effetto si è già visto negli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi ha sospeso gli scambi economici e commerciali e le transazioni finanziarie con l’Iran dopo una nuova fase di tensione militare. La decisione pesa soprattutto perché gli Emirati hanno rappresentato per anni una delle principali porte d’accesso dell’economia iraniana ai mercati internazionali.

Nel 2024 circa il 30% delle importazioni iraniane proveniva dagli Emirati, per un valore vicino ai 21 miliardi di dollari. Il Paese del Golfo assorbiva inoltre una quota rilevante delle esportazioni di Teheran. Nei dieci mesi precedenti gennaio 2026, le autorità doganali iraniane avevano registrato 6,4 miliardi di dollari di esportazioni verso gli Emirati e 14,81 miliardi di importazioni.

Il dossier più delicato per gli Stati Uniti resta però quello cinese. La Cina è il maggiore acquirente del petrolio iraniano e uno dei principali partner commerciali della Repubblica islamica. Nel 2024 gli scambi avevano raggiunto circa 18 miliardi di dollari di merci acquistate dall’Iran dalla Cina e 14,5 miliardi di esportazioni iraniane verso il mercato cinese.

Il peso di Pechino è ancora più evidente nel settore energetico. Negli ultimi anni oltre l’80% del petrolio iraniano trasportato via mare è stato diretto verso la Cina, grazie soprattutto agli acquisti delle raffinerie indipendenti. Nel 2025 il volume medio acquistato dalla Cina è stato stimato in circa 1,38 milioni di barili al giorno.

Per Teheran il rapporto con Pechino è essenziale, mentre per l’economia cinese gli scambi con l’Iran rappresentano una quota molto più limitata del commercio complessivo. La Cina potrebbe inoltre sostituire almeno in parte il greggio iraniano con forniture provenienti da altri produttori. L’Iran, al contrario, dipende dalle merci cinesi per macchinari, apparecchiature elettroniche, automobili, componenti industriali e metalli.

Pechino ha respinto la linea indicata da Washington. Il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian ha sostenuto che sanzioni e pressioni non possono risolvere la crisi e ha invitato le parti a ricorrere a strumenti politici e diplomatici.

Anche l’India rientra tra i Paesi che potrebbero risentire di un ampliamento delle misure americane. I rapporti commerciali con l’Iran si sono però ridotti drasticamente dopo il ritorno delle sanzioni statunitensi. Nell’anno fiscale 2025-2026 il commercio bilaterale è sceso a 1,63 miliardi di dollari, molto lontano dagli oltre 17 miliardi registrati nel 2018-2019.

Una parte consistente degli scambi attuali è costituita dalle esportazioni indiane verso l’Iran, in particolare cereali, tè, caffè, spezie e altri prodotti che Nuova Delhi considera di carattere umanitario. La crisi nello Stretto di Hormuz ha inoltre spinto l’India a diversificare ulteriormente le proprie fonti energetiche.

La Turchia mantiene invece legami economici importanti con Teheran, soprattutto nel settore dell’energia. Ankara importa gas naturale iraniano ed esporta verso l’Iran beni manifatturieri. Nei dieci mesi precedenti gennaio 2026, secondo i dati doganali iraniani riportati nel testo, le esportazioni turche verso Teheran avevano raggiunto 5,6 miliardi di dollari, mentre le importazioni dall’Iran erano pari a 7,91 miliardi.

Per Ankara non si tratta soltanto di una questione commerciale. I rapporti con l’Iran hanno anche un peso geopolitico e di sicurezza regionale, fattore che potrebbe rendere più difficile un eventuale allineamento completo alle richieste americane.

Una situazione simile riguarda il Pakistan. Islamabad e Teheran hanno rapporti economici formali e informali lungo una lunga frontiera comune e negli ultimi anni hanno discusso un forte aumento del commercio bilaterale. Un inasprimento delle sanzioni secondarie statunitensi potrebbe complicare i tentativi di ampliare gli scambi.

L’Iraq è ancora più vulnerabile. Nei dieci mesi precedenti l’inizio del conflitto le esportazioni iraniane verso il vicino avevano raggiunto 7,91 miliardi di dollari, mentre le importazioni dall’Iraq erano state pari a circa 450 milioni. Baghdad dipende inoltre dalle forniture energetiche iraniane, in particolare dal gas utilizzato per produrre elettricità.

Le restrizioni statunitensi hanno già interessato soggetti iracheni accusati di essere legati a Teheran, ma estendere le misure a una parte più ampia dell’economia irachena sarebbe più complesso. L’applicazione di sanzioni secondarie su una rete così articolata richiederebbe controlli continui su pagamenti, aziende, banche e flussi commerciali.

Tra i partner iraniani compare anche la Russia, già sottoposta a un vasto sistema di sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina. Nei dieci mesi precedenti gennaio 2026 Mosca aveva acquistato dall’Iran beni per circa 930 milioni di dollari e ne aveva esportati per 1,36 miliardi.

I rapporti tra Russia e Iran si sono progressivamente allargati oltre gli scambi tradizionali di prodotti agricoli, cereali, oro e legname. Negli ultimi anni si è rafforzata anche la cooperazione militare e sono state sviluppate nuove rotte commerciali attraverso il Mar Caspio, aumentando l’integrazione tra i due Paesi.

L’obiettivo della Casa Bianca è utilizzare questa rete di relazioni come leva per ridurre ulteriormente le entrate iraniane e limitare la capacità di Teheran di finanziare i propri programmi strategici. Il vicepresidente JD Vance ha parlato di una nuova fase del conflitto nella quale la pressione economica rappresenterebbe, secondo Washington, lo strumento più efficace.

Vance ha sostenuto che gli Stati Uniti intendono impedire all’Iran non soltanto di disporre di un’arma nucleare, ma anche di ricostruire le infrastrutture nucleari colpite durante il conflitto. La strategia americana punta quindi a trasformare il danno militare già inflitto in un limite economico e industriale di lungo periodo.

Bessent ha descritto l’offensiva come un tentativo di costruire un isolamento economico coordinato su scala internazionale. Il segretario al Tesoro ha chiesto anche alla Cina di collaborare, pur precisando che una parte delle interlocuzioni con Pechino dovrà avvenire in forma riservata.

Secondo Bessent, la scelta di aumentare al massimo la pressione finanziaria potrebbe diminuire la probabilità di una nuova fase di operazioni militari statunitensi su larga scala. Lo stesso esponente dell’amministrazione Trump ha però precisato che questa valutazione riguarda la situazione attuale e potrebbe cambiare con l’evoluzione del conflitto.

Il segretario al Tesoro ha inoltre indicato come obiettivo politico un indebolimento radicale del sistema di potere iraniano, sostenendo che l’inasprimento delle misure economiche finirà per esercitare una pressione sempre maggiore sul governo di Teheran.

L’Iran ha reagito accusando gli Stati Uniti di ricorrere al “terrorismo economico” e definendo le nuove sanzioni un attacco alla popolazione e alla sovranità del Paese. Il ministero degli Esteri iraniano ha ribadito che Teheran utilizzerà le proprie risorse economiche, politiche e nazionali per resistere alla pressione americana e difendere i propri interessi.

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