Maria Falcone contro Travaglio, scontro sulla memoria di Giovanni Falcone e Andreotti
Maria Falcone respinge la battuta di Marco Travaglio su Giovanni Falcone e il governo Andreotti, definendola indegna. La polemica riapre il dibattito sul ruolo del magistrato al ministero e provoca dure reazioni politiche.
Una frase di Marco Travaglio sul periodo trascorso da Giovanni Falcone al ministero della Giustizia ha provocato la dura reazione di Maria Falcone. La sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci ha contestato il riferimento al governo guidato da Giulio Andreotti, giudicandolo offensivo e contrario alla storia professionale del fratello.
La polemica nasce dalla rubrica “Ma mi faccia il piacere” pubblicata sul Fatto Quotidiano. Commentando le dichiarazioni di Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala, secondo i quali Falcone non avrebbe cenato con Valter Lavitola, Travaglio ha scritto che il magistrato “lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”. Una battuta che Maria Falcone ha definito indegna e costruita, a suo giudizio, sacrificando la ricostruzione dei fatti alla polemica.
Maria Falcone ha ricordato che il fratello entrò nel 1991 al ministero della Giustizia come direttore generale degli Affari penali. Secondo la sua ricostruzione, quel trasferimento non rappresentò un avvicinamento alla politica, ma arrivò dopo una lunga fase di isolamento e delegittimazione vissuta dal magistrato a Palermo mentre conduceva le indagini contro Cosa nostra.
La sorella del giudice ha rivendicato soprattutto la natura istituzionale di quell'incarico. Falcone, ha spiegato, non lavorava per un esecutivo o per un partito, ma per lo Stato italiano. L'esperienza romana gli consentì di mettere a disposizione delle istituzioni quanto aveva maturato negli anni della lotta alla mafia e di contribuire alla costruzione di nuovi strumenti di contrasto alla criminalità organizzata.
Per Maria Falcone, presentare quel periodo come una prova di vicinanza politica significa quindi alterarne il significato. Nella sua dichiarazione ha ricordato anche le pressioni subite dal magistrato prima di lasciare Palermo, attribuendo la sua delegittimazione a settori della politica, dell'informazione e della stessa magistratura.
La contestazione riguarda anche l'uso pubblico della memoria delle vittime delle stragi. A 34 anni dall'attentato di Capaci, Maria Falcone ha chiesto che il nome del fratello non venga trasformato in uno strumento di scontro politico. Nello stesso richiamo ha ricordato Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle scorte uccisi insieme ai magistrati.
Le parole di Travaglio hanno provocato reazioni anche nel mondo politico. Rita Dalla Chiesa, deputata di Forza Italia, ha espresso solidarietà a Maria Falcone e ha ribadito che il magistrato non lavorava per il governo Andreotti. Ha inoltre ricordato il ruolo dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli nel trasferimento di Falcone a Roma.
Dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri è arrivato un attacco diretto al direttore del Fatto Quotidiano, accompagnato dalla difesa di Falcone come figura centrale della storia repubblicana. Anche Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva-Casa Riformista, ha accusato Travaglio di riproporre contro il magistrato una contestazione già utilizzata quando era in vita, quella di essersi avvicinato alla politica.
È intervenuta infine Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia. Attraverso i propri canali social ha criticato il contenuto della rubrica e ha chiesto a Travaglio di scusarsi immediatamente per le parole rivolte alla memoria di Giovanni Falcone.
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