Sla e microplastiche, lo studio italiano trova livelli più alti nel sangue e nel liquor

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Uno studio dell’Università di Modena e Reggio Emilia rileva più microplastiche nel sangue e nel liquor dei pazienti con Sla rispetto ai controlli. La ricerca su 24 casi e 20 controlli indica un’associazione, ma non prova un rapporto causale.

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Livelli più elevati di microplastiche sono stati rilevati nel sangue e nel liquido cerebrospinale delle persone con sclerosi laterale amiotrofica rispetto ai controlli. È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Università di Modena e Reggio Emilia, pubblicato il 3 agosto 2026 su Brain Communications. I risultati mostrano un’associazione con la Sla, ma non consentono di stabilire che le particelle plastiche siano una causa della malattia.

La ricerca ha coinvolto 24 pazienti con una nuova diagnosi di Sla e 20 persone di controllo. Gli studiosi hanno misurato particelle di dimensioni comprese tra 0,1 e 10 micrometri nel siero e nel liquor, mettendo poi a confronto le concentrazioni rilevate nei due gruppi. I campioni dei pazienti erano stati raccolti durante il percorso diagnostico presso il centro Sla del Policlinico universitario di Modena.

Le analisi hanno indicato concentrazioni maggiori nei pazienti con Sla sia nel sangue sia nel sistema nervoso centrale. Nel liquor l’aumento delle concentrazioni è risultato associato in modo progressivo a una maggiore probabilità di appartenere al gruppo dei malati, mentre nel sangue l’associazione è comparsa soprattutto oltre un determinato livello di esposizione.

Tra i pazienti con Sla, inoltre, la quantità di microplastiche nel siero è stata associata a valori più elevati della catena leggera dei neurofilamenti, un indicatore utilizzato per valutare il danno neuroassonale. La stessa relazione non è stata osservata in modo analogo per le concentrazioni misurate nel liquor. Gli autori invitano però alla cautela nell’interpretazione di questo dato.

Lo studio non dimostra un effetto neurotossico diretto. La sua struttura caso-controllo non permette infatti di stabilire se l’accumulo di microplastiche abbia preceduto la malattia oppure se alcuni cambiamenti legati alla Sla abbiano favorito una maggiore presenza di queste particelle nell’organismo. Non possono essere esclusi neppure fattori collegati allo stile di vita o ad altre esposizioni ambientali.

Il lavoro è stato coordinato da Marco Vinceti e Jessica Mandrioli e ha riunito epidemiologi e neurologi di UniMoRe e dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Modena, insieme a ricercatori dell’Università di Catania e della Boston University School of Public Health. L’analisi delle particelle ha permesso di studiare anche quelle di dimensioni più ridotte, comprese nell’intervallo delle nanoplastiche.

I ricercatori considerano i risultati una base per ulteriori indagini sul possibile rapporto tra contaminanti plastici e malattie neurodegenerative. Per capire se esista un legame causale saranno necessari studi più ampi e disegni di ricerca capaci di chiarire quando avviene l’esposizione e quale ruolo possano avere le particelle più piccole nel sistema nervoso.

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