Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, oltre 1.900 morti e 53 zone sanitarie colpite
L’Ebola corre nella Repubblica Democratica del Congo con una rapidità senza precedenti: in tre mesi l’epidemia ha superato 4.200 casi confermati e causato oltre 1.900 morti, coinvolgendo 53 zone sanitarie in cinque province.
L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo sta avanzando con una velocità mai registrata prima, secondo Jean-Jacques Muyembe, virologo congolese che nel 1976 contribuì all’identificazione del virus. In circa tre mesi il focolaio ha superato i 4.200 casi confermati e provocato più di 1.900 morti, raggiungendo 53 zone sanitarie distribuite in cinque province.
Muyembe, 84 anni e direttore dell’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa, ha spiegato che il numero delle vittime si sta avvicinando a quello dell’epidemia iniziata nel 2018, che proseguì per 22 mesi. La situazione attuale, sostiene lo scienziato, è stata aggravata soprattutto dal ritardo con cui la circolazione del virus è stata individuata.
Secondo il virologo, il contagio potrebbe essere iniziato già nel gennaio 2026, diversi mesi prima della conferma ufficiale dell’epidemia. Questo intervallo avrebbe permesso all’Ebola di diffondersi all’interno delle comunità senza che le autorità sanitarie riuscissero a intercettarne rapidamente le catene di trasmissione. In poco tempo le aree coinvolte sono passate da tre zone sanitarie a 53 e da tre province a cinque.
Alla diffusione del virus si aggiungono le difficoltà di un sistema sanitario già sottoposto a una forte pressione. Muyembe collega l’indebolimento della sorveglianza epidemiologica anche alla riduzione delle attività dell’Usaid, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, avvenuta nel 2025. La capacità di individuare tempestivamente nuovi focolai ne avrebbe risentito in diverse aree del Paese.
L’epidemia interessa inoltre una parte orientale della Repubblica Democratica del Congo caratterizzata da un’elevata densità di popolazione, spostamenti frequenti, attività minerarie e presenza di conflitti armati. Questi fattori rendono più difficili il controllo dei contatti, l’isolamento dei casi e l’intervento delle squadre sanitarie sul territorio.
Muyembe giudica insufficientemente rapida anche la risposta organizzata nelle prime fasi dell’emergenza, sia a livello nazionale sia internazionale. Il ritardo negli interventi avrebbe favorito l’espansione del focolaio e costretto le autorità sanitarie a recuperare terreno mentre il numero dei casi continuava ad aumentare.
Sul piano scientifico restano aperti alcuni interrogativi che accompagnano l’Ebola fin dalla sua scoperta. Uno dei principali riguarda l’animale che permette al virus di passare inizialmente all’uomo. Muyembe considera i pipistrelli tra i candidati più probabili e ricorda che già durante l’epidemia del 1976 in Sudan era stata ipotizzata una possibile esposizione umana agli escrementi di questi animali.
Lo scienziato indica anche la deforestazione come uno dei fattori che possono aumentare le occasioni di contatto tra popolazioni umane, fauna selvatica e agenti infettivi. La progressiva trasformazione delle aree forestali congolesi può infatti modificare gli equilibri ambientali e favorire incontri più frequenti tra specie che normalmente vivrebbero separate.
Un’altra difficoltà riguarda il ceppo responsabile dell’attuale epidemia, il Bundibugyo. Gran parte degli studi e degli investimenti condotti negli anni si è concentrata sul ceppo Zaire, responsabile della maggioranza dei precedenti focolai e associato a una mortalità particolarmente elevata. Per il Bundibugyo le possibilità terapeutiche e preventive risultano più limitate.
Muyembe osserva che sviluppare vaccini contro ceppi meno frequenti comporta anche problemi economici e produttivi, perché il numero ridotto di epidemie rende più difficile garantire un mercato sufficiente a sostenere nel tempo ricerca, produzione e distribuzione. La necessità di nuove soluzioni resta però urgente di fronte alla crescita dell’attuale focolaio.
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo sono intanto in corso due studi clinici nelle località di Bunia e Mongbwalu. Una sperimentazione valuta l’efficacia della combinazione tra un anticorpo monoclonale e un antivirale, mentre l’altra studia se un anticorpo monoclonale possa proteggere le persone che sono state esposte al virus.
I risultati definitivi non sono attesi nell’immediato. Secondo Muyembe saranno necessari ancora diversi mesi per capire se le terapie sperimentali potranno offrire un vantaggio concreto nella prevenzione o nel trattamento dell’Ebola, mentre sul territorio proseguono le attività per individuare nuovi casi e contenere le catene di contagio.
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