Attentato a Ranucci, arrestato Valter Lavitola: per i pm voleva spingerlo verso la politica
Valter Lavitola è stato arrestato a Roma con l’accusa di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci del 16 ottobre 2025 a Pomezia. Per i magistrati, l’azione doveva aumentarne la popolarità e favorirne l’ingresso in politica.
Valter Lavitola è finito in carcere con l’accusa di aver commissionato l’attentato contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, avvenuto il 16 ottobre 2025 a Pomezia, in provincia di Roma. La misura cautelare è stata eseguita lunedì 10 agosto dai carabinieri del Nucleo Investigativo nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Roma.
Secondo l’ipotesi della Direzione distrettuale antimafia, l’ex giornalista ed editore avrebbe organizzato l’azione servendosi di Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense considerato dagli investigatori il tramite con il gruppo incaricato di collocare l’esplosivo. Per Tavares è stato emesso un provvedimento di arresto, ma l’uomo risulta irreperibile e si troverebbe in Africa.
L’ordigno, piazzato nei pressi dell’abitazione di Ranucci nella zona di Pomezia, danneggiò gravemente le auto del giornalista e della figlia senza provocare feriti. Agli indagati viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso.
Tra gli elementi acquisiti dagli investigatori compare anche una fotografia risalente al 2022 nella quale sono ritratti insieme Ranucci, Lavitola e Tavares. La circostanza conferma che il giornalista conosceva già l’uomo oggi ricercato, un rapporto che compare anche nelle conversazioni finite agli atti.
In uno scambio di messaggi dell’ottobre 2024, Ranucci raccontava a Lavitola di attraversare un momento difficile e di voler comunque proseguire il proprio lavoro. Quando l’ex editore gli chiese come avrebbe potuto aiutarlo, il giornalista rispose scherzando che avrebbe avuto bisogno di farsi “prestare” Gomes. Dalle carte non emerge che quella conversazione fosse collegata al successivo attentato.
Tavares, contattato dopo l’emissione del provvedimento nei suoi confronti, ha dichiarato di non voler rientrare immediatamente in Italia. Ha spiegato di voler conoscere le ragioni dell’arresto prima di decidere se tornare e di voler fornire la propria versione dei fatti.
Il punto centrale dell’ordinanza riguarda però il presunto movente attribuito a Lavitola. Per gli inquirenti, l’attacco non sarebbe stato concepito per ferire Ranucci, ma per far apparire il giornalista come vittima di un grave atto intimidatorio, aumentarne la notorietà e accelerare un progetto che avrebbe dovuto portarlo verso un possibile futuro impegno politico.
Secondo il giudice, Ranucci non sarebbe stato a conoscenza del piano. L’attentato avrebbe dovuto sembrare una minaccia legata alle sue inchieste giornalistiche, mentre l’obiettivo attribuito a Lavitola sarebbe stato quello di sfruttare le conseguenze mediatiche dell’esplosione per favorire la crescita pubblica dell’amico.
Nell’ordinanza viene inoltre esclusa l’esistenza di elementi capaci di dimostrare un accordo tra i due. Il gip ritiene invece che il conduttore di Report sia stato vittima della condotta di Lavitola e che il rapporto personale tra loro possa spiegare lo stupore mostrato dal giornalista quando ha appreso delle accuse rivolte all’ex editore.
Gli investigatori contestano a Lavitola anche il tentativo di indirizzare l’attenzione verso piste alternative, tra cui una presunta responsabilità riconducibile ai servizi segreti. Per il giudice, il suo comportamento e la rete di relazioni disponibili anche all’estero renderebbero concreto il rischio di fuga. Il 4 luglio, giorno delle perquisizioni, Lavitola sarebbe stato pronto a partire per il Camerun.
Il legale di Ranucci, Roberto De Vita, ha definito l’arresto un passaggio che conferma la gravità dell’attentato. Le indagini proseguono ora sia sul ruolo attribuito a Lavitola e Tavares sia sulla ricostruzione completa della catena che avrebbe portato alla preparazione e al posizionamento dell’ordigno.
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