Iran e Stretto di Hormuz, l'intesa con l'Oman resta sospesa tra minacce Usa e crisi economica

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L’Iran lega la propria strategia sullo Stretto di Hormuz a un’intesa temporanea con l’Oman, ma le minacce di Donald Trump e il blocco navale Usa tengono fermo l’accordo, mentre crescono i rischi per l’economia iraniana e il traffico petrolifero.

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L’Iran vuole conservare il controllo sullo Stretto di Hormuz, ma la pressione esercitata sulla navigazione commerciale rischia di aggravare la crisi interna e di provocare una nuova risposta militare degli Stati Uniti. Teheran considera il passaggio marittimo la principale leva rimasta nei confronti di Washington e Israele, mentre Donald Trump minaccia nuovi attacchi se il traffico non tornerà rapidamente alla normalità.

I negoziati condotti con la mediazione del Sultanato dell’Oman puntano a definire un sistema provvisorio per consentire il transito delle navi. L’ipotesi discussa prevede un accordo iniziale di 60 giorni, con la possibilità di proroga. Le imbarcazioni dirette nel Golfo Persico utilizzerebbero un corridoio settentrionale nelle acque iraniane, mentre quelle in uscita passerebbero attraverso la rotta meridionale sotto competenza omanita.

Un funzionario vicino ai colloqui ha escluso che la Repubblica islamica possa accettare un’intesa sotto la minaccia di un intervento armato. Secondo la posizione iraniana, le pressioni statunitensi e il blocco navale imposto contro i porti del Paese impediscono di chiudere il negoziato. L’accordo resterebbe quindi sospeso finché Washington non ridurrà la propria presenza militare e le minacce di nuovi bombardamenti.

Per la leadership di Teheran, il controllo dello Stretto dovrebbe aumentare i costi economici e politici sostenuti dagli Stati Uniti. Le autorità iraniane ritengono che il rincaro dell’energia e le conseguenze sull’inflazione possano spingere Trump verso un compromesso prima delle elezioni di metà mandato. La strategia, tuttavia, espone l’Iran al rischio di superare la soglia oltre la quale Washington potrebbe scegliere un’escalation militare.

Nel governo iraniano non esiste una linea condivisa. L’ala più radicale dei Pasdaran considera Hormuz lo strumento più efficace per compensare l’indebolimento del programma nucleare e delle milizie alleate nella regione. I settori più moderati temono invece che il prolungamento della crisi marittima possa accelerare il deterioramento economico e ridurre ulteriormente le entrate dello Stato.

Dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio 2026, le forze armate iraniane hanno subito gravi perdite, ma sono riuscite a ostacolare la navigazione e a colpire obiettivi americani nel Golfo Persico. La reazione degli Stati Uniti ha incluso un blocco contro le attività portuali iraniane e il ripristino di sanzioni che rendono più difficile vendere il petrolio all’estero.

Le conseguenze interne sono già pesanti. Le stime citate indicano per il 2026 una contrazione dell’economia iraniana del 6%, mentre l’inflazione annua si avvicina al 69%. Alla scarsità di carburante si aggiungono le difficoltà nell’importazione di beni essenziali, in una situazione sempre più simile a quella di un’economia di guerra.

La riduzione del traffico attraverso Hormuz ha colpito anche le forniture mondiali di greggio. I flussi provenienti dal Golfo Persico sarebbero scesi a circa il 36% dei livelli precedenti al conflitto. Il prezzo del petrolio, tuttavia, non è rimasto stabilmente sopra i 100 dollari al barile ed è successivamente tornato sotto quota 80, limitando l’effetto della pressione iraniana sull’economia americana.

Parte delle esportazioni del Golfo è stata trasferita su rotte alternative, mentre alcune navi hanno attraversato lo Stretto dopo aver negoziato direttamente con le autorità iraniane. Altre imbarcazioni avrebbero disattivato i sistemi di localizzazione per tentare il passaggio, affrontando rischi elevati. Le scorte accumulate dalla Cina dopo gli attacchi del giugno 2025 hanno contribuito ad attenuare l’impatto sul mercato.

La chiusura prolungata danneggia però anche Teheran, perché quasi tutte le esportazioni petrolifere iraniane dipendono dallo stesso passaggio marittimo. Pechino ha ridotto gli acquisti di greggio iraniano e non ha mostrato l’intenzione di ripristinare i volumi precedenti, privando la Repubblica islamica di un sostegno economico decisivo.

Nel lungo periodo, la pressione esercitata attraverso Hormuz potrebbe perdere efficacia. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri produttori stanno valutando infrastrutture e collegamenti capaci di evitare lo Stretto. Egitto, Pakistan e Qatar continuano intanto l’attività diplomatica, nella speranza che un’intesa temporanea sulla navigazione permetta a Iran e Stati Uniti di riaprire un negoziato più ampio.

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