Guerra tra Stati Uniti e Iran, nuovi attacchi coinvolgono Iraq, Giordania ed Egitto
La guerra tra Stati Uniti e Iran si estende dal Golfo all’Iraq, alla Giordania e all’Egitto, coinvolgendo anche l’Arabia Saudita. Raid, missili e droni minacciano basi militari, impianti petroliferi e rotte energetiche globali.
La guerra tra Stati Uniti e Iran si sta allargando a diversi Paesi del Medio Oriente, con conseguenze dirette sulle basi militari, sulle infrastrutture petrolifere e sulle principali rotte commerciali. Negli ultimi giorni attacchi con missili e droni hanno interessato Iraq, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita ed Egitto, dove un velivolo senza pilota ha colpito due navi per il trasporto di gas nel porto di Damietta.
Il conflitto, iniziato il 28 febbraio 2026 con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, ha superato i confini dei primi fronti. Dopo una fase di relativa calma, le operazioni militari sono riprese con maggiore intensità e hanno coinvolto anche gruppi armati sostenuti da Teheran attivi in Iraq, Libano e Yemen.
Il 29 luglio gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno bombardato postazioni delle Forze di mobilitazione popolare nell’Iraq orientale. Per Riad si è trattato di un passaggio rilevante, perché il regno aveva finora evitato di partecipare apertamente alle operazioni contro le milizie legate all’Iran.
Secondo il comando militare statunitense, i raid sono stati ordinati dopo più di 30 attacchi con droni compiuti nell’arco di 72 ore contro obiettivi americani e sauditi. I bombardamenti avrebbero ucciso almeno 20 persone appartenenti alle milizie irachene, compresi consiglieri iraniani e ufficiali di collegamento delle Guardie rivoluzionarie.
Il governo iracheno ha respinto le accuse secondo cui il proprio territorio sarebbe stato utilizzato per lanciare droni contro gli impianti petroliferi sauditi. Il portavoce dell’esecutivo, Sabah al-Numan, ha dichiarato che non sono state presentate prove a sostegno di questa ricostruzione. Nessuna formazione armata irachena ha inoltre rivendicato gli attacchi.
Tra il 28 e il 29 luglio l’Iran ha lanciato missili balistici contro installazioni statunitensi in Giordania. Washington ha risposto con nuovi bombardamenti sul territorio iraniano, dopo che il presidente Donald Trump aveva annunciato una dura rappresaglia. Un altro attacco ha raggiunto il nord del Kuwait, dove è morto un dipendente di un’azienda cinese.
In Egitto un drone ha danneggiato due unità per il trasporto di gas ormeggiate nel porto mediterraneo di Damietta, tra cui la nave di proprietà statunitense Energos Winter. L’incendio seguito all’impatto ha aumentato i timori per la sicurezza dei traffici energetici vicino al Canale di Suez. L’azione non è stata rivendicata.
L’Arabia Saudita deve affrontare anche le operazioni degli Houthi, il movimento yemenita sostenuto dall’Iran. I miliziani hanno colpito infrastrutture petrolifere e minacciato le navi saudite nel Mar Rosso, mettendo sotto pressione i collegamenti tra Bab el-Mandeb, il Canale di Suez e il Mediterraneo.
La tensione resta alta anche in Libano. Israele ha accusato Hezbollah di avere violato il cessate il fuoco con il lancio di un drone contro un veicolo israeliano nel sud del Paese. Il gruppo sciita, sostenuto da Teheran, contesta l’accordo che dovrebbe porre fine ai combattimenti e disciplinare il ritiro delle forze coinvolte.
Il prolungamento della guerra rischia di avere effetti sull’economia mondiale. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e alle rotte marittime possono ridurre le forniture, spingere verso l’alto il prezzo del petrolio e alimentare una nuova crescita dell’inflazione. Negli Stati Uniti il conflitto pesa anche sul dibattito politico in vista delle elezioni di metà mandato.
I tentativi diplomatici non hanno finora prodotto un nuovo accordo. Washington e Teheran continuano a colpirsi senza avviare operazioni terrestri su larga scala, mentre aumentano le vittime. I dati del Pentagono indicano 18 militari statunitensi morti e 624 feriti dall’inizio della guerra. Le autorità sanitarie iraniane riferiscono invece più di 3.500 morti nel Paese.
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