Guerra tra Stati Uniti e Iran, sei mesi di attacchi e negoziati senza una pace stabile

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Il conflitto tra Stati Uniti e Iran entra nel sesto mese senza un accordo stabile: i colloqui restano fragili, gli attacchi continuano e il bilancio sale a 18 militari americani morti, 624 feriti e circa 1.700 civili iraniani uccisi.

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Guerra tra Stati Uniti e Iran, sei mesi di attacchi e negoziati senza una pace stabile
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La guerra tra Stati Uniti e Iran entra nel sesto mese senza una soluzione politica e con il rischio di nuovi attacchi. Dall’avvio dell’offensiva congiunta statunitense e israeliana del 28 febbraio, i tentativi di tregua sono stati più volte interrotti, mentre il confronto militare ha provocato migliaia di vittime e ripercussioni sulle rotte commerciali e sui prezzi dell’energia.

Il bilancio disponibile indica circa 1.700 civili iraniani uccisi. Sul fronte americano, il Pentagono ha registrato 18 militari morti e 624 feriti. Il conflitto ha inoltre causato la perdita o il danneggiamento di decine di velivoli statunitensi e ha messo sotto pressione le basi militari degli Stati Uniti in Medio Oriente.

L’attacco iniziale del 28 febbraio colpì diversi obiettivi in Iran e provocò la morte della guida suprema Ali Khamenei e del capo di Stato maggiore delle Forze armate Abdolrahim Mousavi. Nella stessa giornata, missili Tomahawk lanciati da unità navali statunitensi raggiunsero Minab, nel sud del Paese, dove 175 persone morirono in una scuola elementare. La maggior parte delle vittime erano bambini.

Altri bombardamenti, condotti anche con i Precision Strike Missile, colpirono un palazzetto dello sport, una scuola e due aree residenziali nel sud dell’Iran, causando 21 morti. Il 1° marzo la televisione iraniana confermò l’uccisione di Khamenei, mentre Teheran rispose con missili balistici e droni contro installazioni militari americane nella regione.

Un drone iraniano uccise sei soldati statunitensi in Kuwait. Nelle stesse ore, tre caccia F-15 americani furono abbattuti dalla difesa aerea kuwaitiana in un episodio attribuito al fuoco amico. Gli equipaggi riuscirono a salvarsi.

Il 4 marzo un sottomarino della Marina statunitense silurò una nave da guerra iraniana vicino allo Sri Lanka. Nell’affondamento sarebbero morti oltre cento marinai. Tre giorni dopo, un militare americano perse la vita per le ferite riportate durante un attacco alla base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita.

Il 12 marzo sei aviatori statunitensi morirono nello schianto di un aereo cisterna KC-135 nell’Iraq occidentale. Il 17 marzo nuovi raid su Teheran uccisero Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, e Gholamreza Soleimani, comandante dell’Organizzazione Basij.

Alla fine di marzo Donald Trump annunciò che le forze americane si sarebbero ritirate entro due o tre settimane. La previsione non si concretizzò. Intanto, negli Stati Uniti, il prezzo medio della benzina senza piombo passò dai 2,98 dollari al gallone precedenti alla guerra a 3,98 dollari.

All’inizio di aprile un altro F-15 venne abbattuto sopra l’Iran. Il pilota fu recuperato, mentre l’operazione per salvare l’ufficiale addetto ai sistemi d’arma coinvolse centinaia di militari e portò alla distruzione di diversi velivoli statunitensi. Nello stesso periodo precipitò anche un A-10 Warthog, ma il pilota sopravvisse.

Il 6 aprile il Comando centrale statunitense comunicò di avere colpito più di 13 mila obiettivi in Iran. Il giorno successivo Trump annunciò un cessate il fuoco. I colloqui avviati in Pakistan, però, non produssero un accordo: l’11 aprile il vicepresidente JD Vance riferì che 21 ore di negoziati non erano bastate a raggiungere la pace.

Il 12 aprile Washington impose il blocco dei porti iraniani. Una settimana dopo, un cacciatorpediniere americano aprì il fuoco contro una nave mercantile iraniana nel Mar Arabico e i Marines presero il controllo dell’imbarcazione, ritenuta la prima ad avere tentato di eludere il blocco.

Trump prorogò la tregua il 21 aprile, mentre la benzina negli Stati Uniti raggiungeva una media di 4,30 dollari al gallone. Il 3 maggio annunciò il “Progetto Libertà”, pensato per consentire alle navi mercantili bloccate nello Stretto di Hormuz di lasciare la zona. L’operazione venne sospesa meno di 48 ore dopo.

Il 5 maggio il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore congiunto, tennero un briefing sulla guerra. Nei giorni successivi Trump sostenne che il cessate il fuoco fosse ancora valido, ma il 10 maggio respinse una proposta iraniana per riaprire i negoziati.

Il 13 maggio il Congressional Research Service riferì che le forze armate americane avevano perso o subito danni a 42 tra aerei da combattimento, elicotteri e droni. Dieci giorni più tardi Trump dichiarò che un’intesa era vicina, mentre il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti arrivava a 4,42 dollari al gallone.

A giugno il presidente americano mostrò crescente insofferenza verso i negoziati, pur tornando l’11 giugno a parlare di un accordo imminente. Il 14 giugno Washington e Teheran raggiunsero un’intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz, senza però risolvere la questione del programma nucleare iraniano.

Il testo del memorandum d’intesa fu pubblicato il 17 giugno. Le formulazioni generiche permisero alle due parti di offrire interpretazioni differenti. Il 20 giugno Vance lasciò Washington per una nuova tornata di colloqui e due giorni dopo gli Stati Uniti allentarono alcune sanzioni sul petrolio iraniano.

La tregua tornò a vacillare il 23 giugno, quando l’Iran attaccò una nave mercantile nello Stretto di Hormuz. Nei due giorni successivi gli Stati Uniti risposero con nuovi raid aerei. Il 1° luglio un elicottero della Marina americana effettuò un atterraggio d’emergenza nel Mar Arabico; il comandante a bordo fu successivamente dichiarato disperso.

Il 4 luglio il Pentagono organizzò a Washington uno spettacolo aereo con caccia, elicotteri e paracadutisti sopra il National Mall. L’esibizione proseguì nonostante l’ordine di evacuazione dell’area emesso per il rischio di condizioni meteorologiche estreme.

L’8 luglio le forze statunitensi ripresero gli attacchi contro l’Iran, poche ore dopo che Trump aveva considerato concluso il cessate il fuoco durato tre settimane. Il giorno seguente Teheran lanciò missili balistici contro la Giordania e il Comando centrale americano dichiarò di avere colpito 170 obiettivi nelle prime 48 ore della nuova offensiva.

L’11 luglio Trump ordinò altri bombardamenti dopo l’attacco iraniano a una portacontainer nello Stretto di Hormuz. Due giorni dopo minacciò dazi contro le navi in transito e ripristinò il blocco navale dei porti iraniani.

Il 17 luglio tre soldati statunitensi furono uccisi in un attacco iraniano contro una base in Giordania. Il giorno successivo un altro militare americano morì durante un’operazione per neutralizzare un drone nel nord dell’Iraq.

Il 26 luglio il Pentagono aggiornò il sistema di conteggio delle vittime, indicando 624 feriti e 18 morti tra i militari americani. Nello stesso periodo il prezzo medio della benzina senza piombo negli Stati Uniti si attestò a 4,11 dollari al gallone.

Alla fine di luglio i contatti diplomatici non avevano ancora prodotto un accordo definitivo. Washington e Teheran continuavano ad alternare negoziati, minacce e operazioni militari, mentre lo Stretto di Hormuz restava uno dei principali punti di tensione per la sicurezza regionale e il traffico energetico internazionale.

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