Nucleare Usa-Arabia Saudita, l'accordo riapre il timore di una corsa agli armamenti

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Stati Uniti e Arabia Saudita hanno firmato un accordo trentennale sul nucleare civile, legato da Donald Trump alla normalizzazione con Israele. Il piano apre alle aziende Usa e prevede uno studio sull’arricchimento dell’uranio.

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Stati Uniti e Arabia Saudita hanno firmato il 22 luglio 2026 un accordo di cooperazione nucleare civile destinato a durare trent’anni. L’intesa consentirebbe a Riad di sviluppare centrali e infrastrutture con tecnologia americana, ma le condizioni sull’arricchimento dell’uranio alimentano i timori di una nuova corsa agli armamenti in Medio Oriente.

Il documento è stato sottoscritto dal segretario statunitense all’Energia Chris Wright e dal ministro saudita dell’Energia, il principe Abdulaziz bin Salman. L’obiettivo dichiarato è sostenere il crescente fabbisogno elettrico del Regno e ridurre il petrolio utilizzato per la produzione interna di energia, così da destinare una quota maggiore del greggio alle esportazioni.

L’accordo, indicato come una partnership pluridecennale da diversi miliardi di dollari, assegna alle imprese americane un ruolo centrale nella costruzione del programma nucleare saudita. Washington punta anche a limitare l’ingresso nel settore di gruppi concorrenti provenienti da Cina e Russia.

La cooperazione era stata discussa già durante la presidenza di Joe Biden, quando gli Stati Uniti avevano collegato il progetto alla normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. I negoziati diplomatici si erano poi arenati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra nella Striscia di Gaza.

Dopo la firma, Donald Trump ha ribadito che l’attuazione dell’intesa è subordinata all’ingresso di Riad negli Accordi di Abramo e al riconoscimento di Israele. Una condizione difficile da soddisfare nel breve periodo, poiché il governo saudita continua a chiedere un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese.

Il punto più delicato riguarda la possibilità di produrre combustibile nucleare sul territorio saudita. L’accordo prevede uno studio congiunto di due anni per valutare un eventuale impianto di arricchimento dell’uranio. L’autorizzazione non è automatica e richiederebbe ulteriori decisioni politiche e tecniche da parte dei due Paesi.

L’arricchimento permette di ottenere il combustibile necessario ai reattori, ma lo stesso procedimento, se portato a livelli molto elevati, può produrre materiale utilizzabile per un ordigno atomico. Molti Stati dotati di centrali evitano per questo di svolgere il processo sul proprio territorio e acquistano il combustibile da fornitori stranieri.

L’amministrazione americana sostiene che i controlli bilaterali sull’uranio, sul combustibile e sui materiali esauriti impediranno qualsiasi impiego militare. Gli esperti di non proliferazione e alcuni parlamentari democratici giudicano però insufficienti le garanzie previste, soprattutto in assenza degli standard più restrittivi applicati in altri accordi nucleari firmati da Washington.

Le preoccupazioni sono legate anche alle dichiarazioni rilasciate in passato dal principe ereditario Mohammed bin Salman, secondo cui l’Arabia Saudita cercherebbe di dotarsi di un’arma atomica qualora l’Iran riuscisse a costruirne una. Un programma nazionale completo potrebbe spingere altri Paesi della regione a chiedere capacità analoghe.

Anche Israele segue con attenzione l’intesa, temendo che l’accesso saudita alle tecnologie del ciclo del combustibile possa modificare gli equilibri strategici regionali. Il Paese non ha mai confermato ufficialmente il possesso di armi nucleari, ma è considerato l’unica potenza atomica del Medio Oriente.

Il Congresso statunitense dispone di novanta giorni per esaminare l’accordo. Per impedirne l’entrata in vigore dovrebbe approvare una risoluzione congiunta e, in caso di veto presidenziale, raggiungere una maggioranza qualificata di due terzi. Una soglia che rende difficile un blocco parlamentare senza un ampio consenso tra Democratici e Repubblicani.

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