Attacchi iraniani in Giordania, il Pentagono accusato di aver taciuto decine di feriti Usa

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Il Pentagono non avrebbe reso pubblici tre attacchi iraniani contro basi Usa in Giordania, che avrebbero ferito decine di militari e danneggiato elicotteri nei giorni precedenti al raid costato la vita a due soldati americani.

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Il Pentagono non avrebbe comunicato tre attacchi compiuti dall’Iran contro le forze statunitensi in Giordania, con la conseguenza di lasciare fuori dai resoconti pubblici decine di militari feriti e diversi elicotteri danneggiati. Gli episodi sarebbero avvenuti nei giorni precedenti al raid del 17 luglio, nel quale sono morti due soldati americani e un terzo militare è risultato disperso.

La ricostruzione, basata sulle dichiarazioni di funzionari statunitensi rimasti anonimi, indica che le forze iraniane avrebbero colpito per quattro volte in cinque giorni le postazioni americane presenti nel Paese. Soltanto l’ultimo attacco, quello con conseguenze mortali, era stato descritto pubblicamente dalle autorità militari di Washington.

I tre raid precedenti avrebbero provocato decine di feriti tra il personale statunitense e danni a più velivoli militari. Le informazioni diffuse inizialmente dal Comando centrale degli Stati Uniti non contenevano riferimenti né alle persone coinvolte né alle conseguenze subite dai mezzi schierati nelle basi giordane.

L’attacco più grave ha colpito la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Nell’azione sono rimasti uccisi il primo tenente Tyler James Feehan, 25 anni, originario delle Hawaii, e la soldatessa Isabella Gonzales, 19 anni, del Texas. Le autorità hanno inoltre segnalato la scomparsa di un altro componente delle forze armate.

Secondo la posizione espressa da un funzionario militare, il Comando centrale non è tenuto a pubblicare ogni dato relativo ai feriti, soprattutto quando le lesioni sono lievi e il personale riesce a tornare rapidamente in servizio. La diffusione di dettagli sugli effetti dei bombardamenti potrebbe inoltre offrire a Teheran indicazioni utili per correggere la traiettoria e aumentare la precisione di missili e droni.

La gestione delle informazioni ha però alimentato nuovi interrogativi sulla trasparenza del governo durante la guerra. Dopo gli attacchi contro le basi in Giordania, i comunicati militari statunitensi si sono concentrati sulle operazioni condotte contro infrastrutture iraniane e sulla protezione delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, senza fornire un quadro completo dei danni subiti dalle truppe americane.

Il conflitto è iniziato il 28 febbraio con gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Da allora Teheran ha risposto colpendo installazioni militari e obiettivi legati a Washington in diversi Paesi del Medio Oriente. Il bilancio comunicato dalle autorità statunitensi ha superato i 400 militari feriti, mentre le vittime tra le forze armate americane sono salite a 17.

Nelle prime settimane di guerra, il Pentagono aggiornava con maggiore regolarità il numero dei militari colpiti e di quelli rientrati in servizio. Le comunicazioni sono diventate meno frequenti con il proseguire delle operazioni, mentre sono rimasti limitati anche i dati sulle munizioni impiegate, sulle scorte disponibili e sulla capacità dell’Iran di ricostruire il proprio arsenale missilistico.

L’amministrazione guidata da Donald Trump sostiene che alcune informazioni debbano restare riservate per proteggere le operazioni e il personale schierato. La mancata divulgazione degli attacchi in Giordania, tuttavia, ha aperto un nuovo confronto sulla quantità di dati che il governo deve rendere accessibili quando soldati e mezzi statunitensi vengono colpiti durante un conflitto.

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