Instagram e percezione del corpo, lo studio collega anni d'uso e filtri alle illusioni virtuali
Uno studio su 95 giovani adulti associa gli anni trascorsi su Instagram a una maggiore identificazione con un volto virtuale; l’uso dei filtri di bellezza è invece legato a un più forte senso di controllo su un corpo digitale.
Gli anni trascorsi su Instagram possono essere associati a una maggiore facilità nell’identificare come proprio un volto osservato in realtà virtuale. L’uso dei filtri di bellezza, invece, è risultato collegato a una più intensa sensazione di controllo su un corpo digitale. Sono i principali risultati di una ricerca condotta su 95 giovani adulti da Maria Sansoni e da un gruppo internazionale di studiosi.
Lo studio, pubblicato nel maggio 2026 sulla rivista Computers in Human Behavior, ha esaminato il rapporto tra l’utilizzo di Instagram e diversi aspetti della percezione corporea. I ricercatori hanno considerato il tempo trascorso ogni giorno sulla piattaforma, il numero di anni di utilizzo e il ricorso ai filtri che modificano l’aspetto del viso.
Il campione era composto per il 64% da donne e aveva un’età media di 25,8 anni. I partecipanti usavano Instagram da circa 7,7 anni e trascorrevano sull’app, in media, poco più di un’ora al giorno. Solo 12 persone, pari al 12,6% del gruppo, hanno dichiarato di utilizzare filtri di bellezza, un dato che invita a interpretare con cautela i risultati relativi a questa abitudine.
Durante l’esperimento, i volontari hanno compilato questionari sull’uso dei social e sulle preoccupazioni legate all’aspetto fisico. Sono stati inoltre sottoposti a una prova per misurare la capacità di percepire il battito cardiaco e a due illusioni corporee realizzate con strumenti di realtà virtuale.
Nella prima prova, i partecipanti osservavano attraverso un visore il volto di un’altra persona mentre una spazzola ne accarezzava la guancia. Nello stesso momento, lo sperimentatore riproduceva il contatto sul viso del volontario. Quando i due stimoli avvenivano in modo sincronizzato, poteva nascere la sensazione che il volto visto nel dispositivo appartenesse in parte al partecipante.
La seconda prova coinvolgeva un avatar osservato in prima persona. Mentre una sfera virtuale toccava l’addome del corpo digitale, lo stesso movimento veniva riprodotto sul corpo reale. Il test misurava tre componenti dell’esperienza: la sensazione che l’avatar fosse il proprio corpo, la percezione di trovarsi al suo interno e il senso di controllarne i movimenti.
Le analisi non hanno trovato un legame significativo tra l’uso di Instagram e una maggiore insoddisfazione per il proprio aspetto. Non sono emerse associazioni neppure con la precisione nel riconoscere i segnali interni del corpo, come il battito cardiaco, o con la fiducia mostrata dai partecipanti durante la prova.
Le differenze sono apparse invece nelle illusioni virtuali. Chi utilizzava Instagram da più anni mostrava una maggiore tendenza a percepire il volto estraneo come proprio e a sentirsi collocato in quella rappresentazione. Gli utenti dei filtri di bellezza riferivano inoltre un più forte senso di controllo sull’avatar durante l’illusione che coinvolgeva l’intero corpo.
Secondo gli autori, la ripetuta esposizione a immagini, video e gesti sullo schermo potrebbe rafforzare nel tempo l’associazione tra stimoli visivi e tattili. Scorrere contenuti, toccare il display e osservare rappresentazioni digitali sono azioni che coinvolgono contemporaneamente vista e movimento, gli stessi canali sensoriali sfruttati negli esperimenti di realtà virtuale.
I ricercatori propongono l’ipotesi che l’esposizione prolungata a volti modificati e a modelli estetici uniformi possa rendere meno netto il confine percettivo tra sé e gli altri. Il volto ha infatti un ruolo centrale nel riconoscimento personale e sociale, mentre i filtri intervengono direttamente sui lineamenti che contribuiscono alla costruzione dell’identità.
Si tratta però di un’interpretazione teorica, non della dimostrazione di un rapporto di causa ed effetto. La ricerca ha fotografato la situazione in un singolo momento e non consente di stabilire se Instagram produca direttamente questi cambiamenti percettivi. Saranno necessari studi longitudinali e campioni più ampi, soprattutto per valutare con maggiore precisione gli effetti dei filtri.
I risultati non smentiscono le precedenti ricerche che hanno osservato una relazione tra uso dei social, autostima e disagio legato all’aspetto fisico. Indicano però che il fenomeno non può essere ridotto al solo tempo trascorso online. Il tipo di utilizzo, le caratteristiche personali e il modo in cui gli utenti interagiscono con immagini e filtri possono produrre conseguenze differenti.
Gli autori suggeriscono di approfondire interventi capaci di riportare l’attenzione verso le sensazioni interne del corpo. Pratiche basate sulla consapevolezza, come l’osservazione del respiro o delle tensioni muscolari, potrebbero aiutare a riequilibrare il peso degli stimoli provenienti dallo schermo, ma questa possibile applicazione dovrà essere verificata da nuove ricerche.
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