Permafrost in scioglimento, l'allarme degli esperti su antrace e virus antichi riemersi dai ghiacci

Il riscaldamento globale accelera lo scioglimento del permafrost e riporta alla luce batteri e virus rimasti intrappolati per migliaia di anni. Tra i casi studiati ci sono antrace, vaiolo e antichi ceppi influenzali trovati in Siberia e Alaska.

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Permafrost in scioglimento, l'allarme degli esperti su antrace e virus antichi riemersi dai ghiacci
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Il disgelo nelle regioni artiche sta riportando in superficie microrganismi rimasti intrappolati nel ghiaccio e nel permafrost per migliaia di anni. Gli esperti della piattaforma “Dottore ma è vero che...?” della Fnomceo spiegano che virus e batteri possono sopravvivere a lungo in condizioni estreme e tornare attivi quando la temperatura aumenta.

Secondo i medici, il fenomeno è favorito dal riscaldamento globale, che nelle aree artiche procede più rapidamente rispetto al resto del pianeta. Alla fusione del ghiaccio si aggiungono le perforazioni per l’estrazione di petrolio e minerali, attività che potrebbero esporre lavoratori e comunità locali a patogeni rimasti sepolti in profondità.

Ogni anno, spiegano gli specialisti, dal permafrost vengono liberati enormi quantità di microbi. La maggior parte è innocua e non rappresenta un rischio per l’uomo, ma la possibilità che emerga un agente infettivo pericoloso continua a essere monitorata dalla comunità scientifica.

L’episodio più noto risale al 2016 nella penisola di Yamal, in Siberia nord-occidentale. Un’epidemia di antrace colpì migliaia di renne e contagiò anche diverse persone, provocando la morte di un ragazzo di 12 anni. In quell’area non si registravano casi da circa settant’anni e la vaccinazione degli animali era stata sospesa da tempo.

Gli studiosi collegarono l’epidemia allo scioglimento del terreno ghiacciato dopo un’estate eccezionalmente calda. Dal sottosuolo sarebbero riemerse le spore del batterio Bacillus anthracis, probabilmente conservate nella carcassa di una renna morta decenni prima. Questo microrganismo è capace di sopravvivere a lungo nel terreno grazie a strutture protettive chiamate endospore.

Tra i virus osservati con maggiore attenzione c’è anche quello del vaiolo, dichiarato eradicato nel 1980. Nel 2004, durante alcuni scavi archeologici in Siberia, furono trovati frammenti di Dna riconducibili al virus in una mummia con lesioni compatibili con la malattia. Non sono però state individuate particelle virali complete in grado di provocare infezioni.

Gli esperti ricordano che esistono ancora scorte di vaccino antivaioloso, ma la produzione su larga scala di dosi tradizionali richiederebbe tempi e tecnologie adeguate in caso di emergenza sanitaria.

Meno probabile, secondo la ricerca scientifica, è il ritorno di antichi virus influenzali. Il loro materiale genetico è più fragile rispetto a quello dei virus a Dna. Negli anni Novanta, in Alaska, i ricercatori recuperarono dai resti di una donna inuit morta durante la pandemia di Spagnola del 1918 il genoma del virus, senza però trovare particelle ancora contagiose.

Negli ultimi anni alcuni studi hanno attirato attenzione sui cosiddetti “virus zombie”, microrganismi giganti rimasti congelati nel permafrost per oltre 30 mila anni e capaci di infettare amebe in laboratorio. Gli scienziati precisano che non esistono prove di un rischio diretto per l’uomo, ma il ritrovamento di più specie in diverse aree della Siberia spinge a mantenere alta la sorveglianza.

Dal ghiaccio potrebbero arrivare anche indicazioni utili per la medicina. In Romania, all’interno di una grotta ghiacciata, sono stati scoperti batteri antichissimi resistenti agli antibiotici ma in grado di produrre sostanze antimicrobiche. I ricercatori stanno studiando queste caratteristiche per sviluppare nuovi farmaci contro i batteri resistenti alle cure attuali.

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