Famiglia nel Bosco, contestata la perizia sui figli tra accuse di pregiudizi e test ritenuti inaffidabili
La famiglia Trevallion-Birmingham contesta la perizia sul caso di Palmoli e accusa i consulenti di aver ignorato i bambini. Nelle osservazioni depositate al Tribunale per i Minorenni si parla di errori metodologici e valutazioni ideologiche.
La consulenza tecnica disposta dal Tribunale per i Minorenni dell’Aquila sul caso della famiglia Trevallion-Birmingham sarebbe viziata da gravi carenze metodologiche e scientifiche. È quanto sostengono il professor Tonino Cantelmi e la psicoterapeuta Martina Aiello nelle osservazioni depositate nell’ambito del procedimento che riguarda la cosiddetta “Famiglia nel Bosco” di Palmoli, in provincia di Chieti.
Il documento, composto da oltre 300 pagine, prende in esame la relazione della consulente tecnica d’ufficio incaricata dal tribunale e individua quindici criticità considerate decisive. Secondo i consulenti di parte, la valutazione sarebbe stata costruita su ipotesi e deduzioni prive di verifiche cliniche dirette, con conclusioni ritenute non supportate da elementi concreti.
Uno dei punti centrali riguarda i minori. Nelle note si sostiene che i bambini non sarebbero mai stati ascoltati attraverso colloqui clinici strutturati e che non sarebbe stata effettuata alcuna osservazione diretta del rapporto tra genitori e figli. Per Cantelmi e Aiello, questa mancanza comprometterebbe l’intero impianto della consulenza.
I consulenti criticano anche l’assenza di valutazioni sugli effetti psicologici provocati dall’allontanamento dei minori dalla famiglia e dal successivo inserimento in una casa-famiglia. Nel documento viene richiamata documentazione clinica relativa ai traumi da separazione e istituzionalizzazione che, secondo la ricostruzione della difesa, non sarebbe stata presa in considerazione.
Contestato inoltre l’utilizzo di alcuni strumenti psicodiagnostici. In particolare vengono messi in discussione test grafici e proiettivi definiti “scientificamente deboli”, oltre alle modalità con cui sarebbero stati somministrati. Secondo le osservazioni depositate, le prove sarebbero state eseguite in condizioni emotive e linguistiche non adeguate.
Nel testo si evidenzia anche un altro elemento ritenuto decisivo. La stessa consulenza tecnica, secondo i consulenti di parte, non avrebbe formulato diagnosi psichiatriche o disturbi della personalità nei confronti dei genitori. Nonostante questo, la relazione avrebbe comunque espresso valutazioni di inadeguatezza genitoriale sulla base di atteggiamenti considerati rigidi o difensivi.
Per Cantelmi e Aiello tali aspetti caratteriali non sarebbero sufficienti a dimostrare un rischio concreto per i minori, soprattutto senza verifiche cliniche ripetute e osservazioni dirette delle dinamiche familiari.
Le osservazioni depositate contestano anche le competenze specialistiche della consulente tecnica e dell’ausiliaria incaricata dei test, sostenendo che non emergerebbero requisiti specifici documentati nel settore minorile.
Un ulteriore passaggio riguarda le scelte di vita della famiglia. I consulenti parlano di un presunto pregiudizio socioculturale nei confronti di pratiche come l’homeschooling e uno stile di vita ecosostenibile. Secondo la difesa, questi elementi sarebbero stati interpretati impropriamente come segnali di inadeguatezza genitoriale, spostando la valutazione dal piano clinico a quello ideologico.
Nel documento vengono citati anche presunti riferimenti social attribuiti all’ausiliaria coinvolta nella consulenza, ritenuti incompatibili con il principio di imparzialità richiesto in un procedimento peritale.
Nelle conclusioni, i consulenti chiedono una revisione completa dell’impianto della perizia e sostengono che la consulenza tecnica non possa rappresentare una base sufficiente per provvedimenti che limitano la responsabilità genitoriale. Secondo le osservazioni depositate, sarebbero necessari accertamenti diretti, multidisciplinari e fondati su criteri scientifici più solidi.
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