Maldive, il racconto del sub italiano sulla grotta di Vaavu dove sono morti cinque sommozzatori
Cinque sub italiani sono morti nelle Maldive durante un’immersione in una grotta dell’atollo di Vaavu. Un sommozzatore che conosce il sito racconta i passaggi stretti, il buio totale e i rischi oltre i 60 metri.
La grotta marina dell’atollo di Vaavu, alle Maldive, è considerata una delle immersioni più affascinanti e allo stesso tempo più pericolose della zona. A descriverla è un sommozzatore italiano che l’ha esplorata più volte e che ha ricostruito le difficoltà del percorso dove hanno perso la vita cinque sub italiani.
L’ingresso della cavità si trova lungo una parete verticale del reef, a circa 60 metri di profondità. Dall’esterno appare come una larga apertura illuminata dalla luce del mare, capace di attirare facilmente chi si immerge. Una volta entrati, però, gli spazi iniziano a restringersi e la visibilità cambia rapidamente.
«A quelle profondità bisogna gestire ogni minuto», spiega il sub. Restare troppo a lungo sott’acqua aumenta i rischi e riduce i margini per affrontare eventuali problemi. Secondo il suo racconto, la prima camera della grotta mantiene ancora un contatto visivo con l’esterno grazie alla luce naturale che filtra dall’ingresso.
Il percorso cambia completamente nella seconda cavità. Per raggiungerla bisogna attraversare un passaggio più basso rispetto al fondale e riemergere subito dopo in una camera interna completamente buia. Qui, racconta il sommozzatore, non arriva più alcuna luce naturale e l’orientamento diventa complicato.
Il fondale della seconda camera presenta inoltre un rilievo sabbioso che sale e poi scende di nuovo, creando un effetto di disorientamento anche per chi ha esperienza. Secondo il sub, in un ambiente del genere sarebbe fondamentale utilizzare un filo guida o mantenere un riferimento luminoso verso l’uscita.
Proprio in questa zona i soccorritori delle Forze di Difesa Nazionali delle Maldive hanno recuperato il corpo di Gianluca Benedetti, 44 anni, istruttore e capobarca del gruppo. Le operazioni si sono concentrate inizialmente nella seconda camera della grotta.
Esiste poi un ulteriore tratto ancora più insidioso, conosciuto tra i sub come “terza camera”. In realtà non si tratta di una vera stanza, ma di una stretta fenditura sommersa che prosegue verso profondità vicine ai 70 metri.
Secondo il racconto del sommozzatore italiano, lo spazio è talmente ridotto da non permettere nemmeno di girarsi completamente. Per invertire la direzione bisogna arretrare lentamente per alcuni metri, facendo attenzione a non urtare le pareti con bombole, mani o pinne.
Le autorità stanno cercando di chiarire cosa sia accaduto durante l’immersione. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un malore o di una difficoltà improvvisa all’interno della grotta, dove il buio totale e gli spazi limitati possono trasformare ogni tentativo di soccorso in un rischio mortale anche per gli altri componenti del gruppo.
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