Sub italiani morti alle Maldive, l'ipotesi della corrente dopo il soccorso a un compagno

Cinque sub italiani sono morti alle Maldive durante un’immersione oltre i 60 metri. Tra le ipotesi al vaglio c’è una forte corrente marina che avrebbe trascinato il gruppo dopo un problema sott’acqua.

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Proseguono gli accertamenti sulla morte dei cinque subacquei italiani deceduti alle Maldive durante un’immersione esplorativa in una grotta a oltre 60 metri di profondità. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi momenti del gruppo, composto da professionisti esperti impegnati in un progetto di ricerca scientifica autorizzato dalle autorità locali.

Secondo Pasquale Longobardi, direttore sanitario del Centro Iperbarico di Ravenna e vicepresidente della Società italiana di medicina subacquea e iperbarica, una delle ipotesi più concrete riguarda le condizioni del mare. In quei giorni era stata diramata un’allerta gialla e le correnti nella zona potevano diventare particolarmente violente, con spinte verso il basso capaci di trascinare i sub lontano dal punto d’immersione.

L’esperto ritiene possibile che uno dei componenti del gruppo abbia avuto un problema sott’acqua e che gli altri siano intervenuti per aiutarlo. Durante le operazioni di soccorso, il consumo della miscela respiratoria potrebbe essere aumentato rapidamente mentre la corrente avrebbe disperso i sub.

I cinque avevano ottenuto un permesso speciale per scendere oltre i limiti normalmente consentiti nelle Maldive. Le immersioni a quelle profondità richiedono una pianificazione rigorosa, compresa la scelta della miscela di gas utilizzata nelle bombole. Longobardi spiega che in casi simili può essere impiegato il nitrox, una miscela arricchita di ossigeno che riduce alcuni rischi legati alla decompressione, ma che oltre determinate quote può diventare pericolosa.

Tra gli elementi da verificare ci sono anche eventuali guasti tecnici alle attrezzature. Un malfunzionamento del compressore usato per caricare le bombole potrebbe provocare contaminazioni da monossido di carbonio, gas inodore noto tra i sub come “veleno bianco”. Tuttavia, secondo Longobardi, resta difficile attribuire la tragedia a errori grossolani, considerando l’elevata esperienza del gruppo e la presenza di due istruttori tra le vittime.

Le autorità attendono ora il recupero delle attrezzature per chiarire la dinamica dell’incidente. Finora è stato ritrovato un solo corpo, mentre gli altri sub potrebbero essere stati trascinati lontano dalle correnti. Gli investigatori analizzeranno i computer subacquei indossati durante l’immersione per ricostruire profondità raggiunte, tempi di permanenza e fasi della risalita.

Secondo il vicepresidente Simsi, proprio i dati registrati dagli strumenti potranno stabilire se il gruppo si trovasse ancora oltre i 50 metri o se stesse già tornando verso quote meno profonde quando qualcosa è andato storto.

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