Luana D'Orazio, il fidanzato attacca dopo la riapertura del caso: Non fu una morte bianca
Luana D’Orazio, il compagno torna ad accusare dopo la riapertura dell’inchiesta sulla morte in fabbrica. Alberto Orlandi parla di omissioni e sicurezza aggirata, chiedendo verità dopo cinque anni di indagini.
La riapertura dell’inchiesta sulla morte di Luana D’Orazio ha riportato al centro una vicenda che continua a dividere e a lasciare aperte molte domande. La giovane operaia di 22 anni morì il 3 maggio 2021 mentre lavorava in un’azienda tessile del Pratese, rimasta intrappolata in un macchinario. Ora la Procura di Prato ha deciso di tornare ad approfondire alcuni aspetti dell’indagine.
Alberto Orlandi, compagno della ragazza, ha accolto la notizia con rabbia e amarezza. Secondo lui, eventuali elementi mancanti sarebbero dovuti emergere già nei primi accertamenti. “Se oggi si scopre che ci sono pezzi da chiarire, significa che qualcosa non è stato fatto nel modo giusto”, sostiene, parlando di cinque anni trascorsi senza una risposta definitiva.
Per Orlandi il punto più grave riguarda i sistemi di sicurezza del macchinario coinvolto nell’incidente. L’uomo respinge l’idea della fatalità e insiste sul fatto che non si possa parlare di semplice incidente sul lavoro. A suo giudizio, dietro la morte della giovane ci sarebbero responsabilità precise legate alla gestione della sicurezza all’interno della fabbrica.
Il compagno di Luana sostiene che la ragazza non fosse consapevole dei rischi reali presenti durante il lavoro quotidiano. Da qui la sua accusa diretta contro chi avrebbe permesso che determinati sistemi venissero alterati o aggirati. “Quel macchinario non si è modificato da solo”, ribadisce.
A pesare resta anche la sentenza del novembre 2025 con cui è stato assolto il tecnico manutentore coinvolto nel procedimento. Una decisione che Orlandi aveva definito durissima da accettare, soprattutto perché, a suo dire, nessuno avrebbe trovato il coraggio di raccontare fino in fondo cosa accadeva realmente nell’azienda.
L’uomo punta il dito anche contro il silenzio dei colleghi e contro il fatto che l’attività produttiva sia andata avanti dopo la tragedia. “Non riesco ad accettare che dopo la morte di una ragazza di 22 anni tutto possa continuare come prima”, afferma.
Nonostante la sfiducia verso il percorso giudiziario, Alberto Orlandi continua a sostenere la battaglia portata avanti dalla madre di Luana, Emma Marrazzo, che da anni chiede piena verità sulla morte della figlia.
Nel suo appello finale si rivolge ai lavoratori che ogni giorno operano in fabbrica. Il messaggio è rivolto a chi si trova davanti a situazioni pericolose o irregolari e sceglie di tacere per paura di perdere il posto. “Un lavoro si può ritrovare, una vita no”, dice, invitando chiunque noti problemi di sicurezza a denunciarli immediatamente.
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