Uno Bianca, la Procura di Bologna riapre tre casi irrisolti e cerca altri complici
La Procura di Bologna riapre tre inchieste sulla banda della Uno Bianca dopo nuovi elementi e testimonianze rimaste senza risposta. I magistrati cercano eventuali complici mai identificati nei delitti più sanguinosi del gruppo.
A oltre trent’anni dagli omicidi della banda della Uno Bianca, la Procura di Bologna torna a esaminare alcuni dei fatti più controversi legati al gruppo criminale guidato dai fratelli Savi. I magistrati hanno deciso di riaprire le indagini su tre episodi chiave per verificare se, accanto ai poliziotti già condannati, abbiano agito altre persone mai individuate.
Le nuove verifiche riguardano l’eccidio di Castel Maggiore del 20 aprile 1988, la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991 e la rapina all’armeria di via Volturno del 2 maggio 1991. A sollecitare un nuovo approfondimento è stato anche un esposto presentato dai familiari delle vittime, che contestano omissioni investigative, testimonianze trascurate e documenti spariti nel corso degli anni.
Nel caso di Castel Maggiore furono uccisi i carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi. Per quei delitti sono stati condannati Roberto e Fabio Savi, ma diversi testimoni parlarono fin dall’inizio della presenza di una terza persona seduta sul sedile posteriore della Fiat Uno Bianca. Anche gli accertamenti balistici avrebbero indicato l’utilizzo di tre armi differenti.
Gli investigatori stanno verificando inoltre alcune anomalie mai chiarite, tra cui la scomparsa dell’identikit dell’uomo alla guida dell’auto, descritto dai testimoni con caratteristiche diverse rispetto ai fratelli Savi. Risultano irreperibili anche i fogli di servizio dei due carabinieri assassinati.
Tra i nomi tornati al centro dell’attenzione compare quello del brigadiere Domenico Macauda, condannato in passato per calunnia dopo due depistaggi. Una delle ipotesi investigative sostiene che possa aver sostituito un proiettile recuperato nella Uno Bianca dopo aver modificato la propria arma, prevedendo una successiva perizia balistica. Roberto Savi, intervistato nella trasmissione televisiva “Belve Crime”, ha dichiarato di non conoscere Macauda, versione confermata anche dall’ex brigadiere in un’intervista rilasciata a La Stampa.
Restano punti oscuri anche sulla strage del Pilastro, nella quale persero la vita i carabinieri Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Per l’eccidio sono stati condannati i tre fratelli Savi, ma i parenti delle vittime sostengono da tempo che sulla scena fosse presente almeno un quarto uomo. I dubbi nascono da testimonianze raccolte all’epoca e da nuove analisi sulle traiettorie dei colpi.
Gli inquirenti stanno approfondendo anche quanto accadde quella sera nel quartiere Pilastro, dove le pattuglie di controllo sarebbero state inspiegabilmente allontanate poco prima dell’agguato, lasciando la zona priva di copertura.
L’ultimo filone dell’inchiesta riguarda la rapina all’armeria di via Volturno, durante la quale furono uccisi Licia Ansaloni e l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Alcuni testimoni riferirono che l’uomo entrato nel negozio insieme a Roberto Savi non corrispondeva all’aspetto di Fabio Savi.
Tra gli elementi da chiarire ci sono anche alcune cancellazioni effettuate con il bianchetto sul registro dell’armeria. Sempre durante l’intervista televisiva, Roberto Savi ha sostenuto che il vero obiettivo dell’azione fosse Capolungo, descritto come un ex appartenente ai Servizi segreti, aggiungendo che l’omicidio gli sarebbe stato commissionato.
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