Avvelenamento da ricina a Campobasso, madre e figlia morte dopo flebo in casa: indagini sulla pista della premeditazione

Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte dopo un avvelenamento da ricina, forse legato a infusioni fatte in casa. Gli investigatori analizzano testimonianze e accertamenti tecnici per chiarire come il veleno sia entrato nell’abitazione.

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Avvelenamento da ricina a Campobasso, madre e figlia morte dopo flebo in casa: indagini sulla pista della premeditazione

Un breve scambio con i giornalisti davanti alla Questura di Campobasso riporta l’attenzione sul caso della morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, decedute dopo essere state esposte alla ricina. Maria, madre di una parente coinvolta nelle indagini, parla di un episodio accidentale ma non sa spiegare come la sostanza sia finita nell’abitazione.

Gli investigatori della Squadra Mobile, coordinati da Marco Graziano, stanno raccogliendo testimonianze tra familiari e conoscenti. L’obiettivo è ricostruire con precisione i movimenti e le relazioni delle persone coinvolte, senza escludere alcuna ipotesi. Il lavoro procede su più fronti, tra interrogatori e verifiche tecniche.

La presenza della ricina nei corpi delle vittime rappresenta il nodo principale dell’inchiesta. Si tratta di una sostanza estremamente tossica e difficile da individuare a distanza di tempo. Un elemento rilevante è l’assenza del veleno nell’organismo di Gianni, dettaglio che rende più complessa la ricostruzione dei fatti e alimenta il sospetto di un’azione mirata.

Tra le piste analizzate c’è quella di una doppia esposizione. Una prima contaminazione potrebbe risalire alla cena del 23 dicembre, consumata in casa con la presenza di Antonella, Sara e Gianni. In quell’occasione mancava la figlia maggiore Alice, il cui telefono è stato sequestrato per accertamenti tecnici.

Un secondo momento critico potrebbe essere avvenuto il 26 dicembre, quando le condizioni di madre e figlia peggiorano improvvisamente, rendendo necessario un nuovo ricovero. In mezzo, resta da chiarire quanto accaduto il giorno di Santo Stefano, quando un conoscente con competenze sanitarie avrebbe praticato delle flebo direttamente in casa.

Le infusioni endovenose sono state confermate, ma restano dubbi su chi abbia preparato le sacche e quali sostanze siano state utilizzate. L’abitazione è sotto sequestro e sarà nuovamente esaminata dalla Scientifica, anche se si teme che eventuali elementi utili possano essere stati rimossi.

Nel frattempo, la posizione dei cinque medici inizialmente indagati appare destinata a ridimensionarsi. La difesa sostiene che non ci siano responsabilità a loro carico e chiede di approfondire altre possibili fonti di contaminazione. I risultati dell’autopsia subiranno un ritardo di alcune settimane a causa della complessità delle analisi.

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