Pupi Avati torna al cinema con Nel tepore del ballo e racconta il dolore e la rinascita
Pupi Avati racconta il nuovo film Nel tepore del ballo e il desiderio di esplorare la seconda fase della vita attraverso un uomo colpito da uno scandalo, tra rimpianti e nuovi legami, ispirandosi anche a ricordi personali
A 87 anni, Pupi Avati presenta “Nel tepore del ballo”, nelle sale dal 30 aprile, un film che segna un ritorno al racconto intimo. Al centro c’è Gianni Riccio, volto televisivo interpretato da Massimo Ghini, la cui carriera viene travolta da uno scandalo finanziario proprio nel momento di maggiore successo.
La vicenda si sviluppa tra Roma e Jesolo e segue il protagonista mentre cerca di ricostruire la propria immagine pubblica e privata. Affiorano i ricordi della perdita dei genitori, le scelte fatte per inseguire la notorietà e un amore lasciato indietro. In questo percorso, il dolore diventa un passaggio decisivo per ridefinire chi si è davvero.
Avati punta lo sguardo su quella che definisce la seconda parte dell’esistenza. Il personaggio principale trova un nuovo equilibrio grazie a un sentimento che riemerge, un innamoramento che riapre prospettive inattese. Un’esperienza che il regista collega anche a un ricordo personale, legato al primo incontro con sua moglie.
Nel cast figurano Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Lina Sastri e Raoul Bova. Massimo Ghini racconta un lavoro costruito su indicazioni essenziali, con una sola macchina da presa, che ha richiesto precisione e concentrazione. Tra le scene più significative, quella in cui il protagonista si libera della tinta dei capelli, gesto che rappresenta l’abbandono delle apparenze.
Isabella Ferrari interpreta Clara, il primo amore di Gianni. Il regista le ha chiesto di rinunciare al trucco per restituire autenticità a un personaggio segnato da esperienze difficili e da relazioni che l’hanno ferita.
Avati allarga poi lo sguardo al panorama cinematografico italiano. Individua registi capaci di percorsi originali ma spesso incerti sul piano commerciale, cita Luca Guadagnino per produzioni ambiziose e costose, e distingue tra chi tenta di imitare il modello americano e chi lavora con budget più contenuti. Secondo lui, oggi le scelte artistiche sono fortemente condizionate dai costi, mentre in passato il centro del lavoro restava la qualità.
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