Neuroni su chip giocano a Doom, il salto della ricerca australiana

Cortical Labs ha mostrato nel 2026 neuroni umani coltivati su chip mentre giocano a Doom, evoluzione di un test iniziato con Pong. Il sistema usa segnali elettrici per apprendere, simulando un ambiente reale su scala microscopica.

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Neuroni su chip giocano a Doom, il salto della ricerca australiana

Un gruppo di ricerca australiano è tornato sotto i riflettori dopo aver mostrato un sistema biologico capace di interagire con un videogioco complesso. A marzo 2026, Cortical Labs ha diffuso le immagini di CL1, un dispositivo che utilizza circa 200.000 neuroni coltivati in laboratorio per muoversi e reagire all’interno del mondo di Doom.

Non si tratta di un esordio assoluto. Già nel 2022 lo stesso team aveva sperimentato una tecnologia simile con Pong, dimostrando che una rete di neuroni, coltivata su microchip, poteva apprendere a controllare una racchetta virtuale. In quel caso, il sistema — chiamato DishBrain — era composto da circa 800.000 cellule nervose umane e murine.

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Il funzionamento si basa su un principio semplice: tradurre le informazioni del gioco in impulsi elettrici, l’unico linguaggio comprensibile dai neuroni. Posizione della palla e distanza dalla racchetta venivano convertite in segnali inviati a specifiche aree del chip, permettendo alla rete di “percepire” ciò che accadeva sullo schermo.

Dal Pong a Doom, come apprendono i neuroni artificiali

All’inizio, l’attività dei neuroni è casuale, priva di qualsiasi schema utile. Con il passare del tempo, però, il sistema riceve segnali di risposta ogni volta che compie un’azione corretta o sbagliata. Questo meccanismo modifica progressivamente i collegamenti tra le cellule, riducendo gli errori e migliorando le prestazioni.

Nel caso di Doom, il livello di complessità cresce in modo significativo. Il gioco richiede orientamento nello spazio, reazioni rapide e gestione simultanea di più stimoli. Il sistema CL1 riesce a muoversi e a interagire con l’ambiente, anche se con prestazioni ancora limitate rispetto a un giocatore umano.

I ricercatori chiariscono che non si tratta di coscienza o volontà. I neuroni non “decidono” come farebbe una mente umana, ma si organizzano spontaneamente in circuiti più efficienti in base agli stimoli ricevuti, sfruttando la loro naturale capacità di adattamento.

Alla base del progetto c’è l’idea di sviluppare macchine ibride, in cui componenti biologiche e tecnologiche lavorano insieme. Questi sistemi potrebbero servire per studiare l’effetto di farmaci sulle cellule nervose, analizzare malattie neurologiche o creare nuove forme di intelligenza più flessibili rispetto ai modelli artificiali attuali.

Per ora, i dettagli tecnici dell’esperimento con Doom non sono stati ancora pubblicati né verificati da revisori indipendenti. Servirà tempo per capire fino a che punto questa tecnologia potrà evolversi e quali applicazioni concrete potrà avere.