Sfrattati e senza lavoro, dormono nel cimitero di Reggio Emilia: assolti

Una coppia di sessantenni a Reggio Emilia ha vissuto in una camera mortuaria dopo lo sfratto e la perdita del lavoro. Il giudice li ha assolti, riconoscendo l’assenza di responsabilità penale in una vicenda nata dalla povertà.

Reggio Emilia
Sfrattati e senza lavoro, dormono nel cimitero di Reggio Emilia: assolti

Per mesi hanno dormito tra le mura di una camera mortuaria, trasformata in rifugio di fortuna dopo aver perso casa e occupazione. È la storia di un uomo di 61 anni e di una donna di 63, finita davanti al tribunale di Reggio Emilia e chiusa con un’assoluzione piena il 17 marzo.

La vicenda risale all’estate del 2023. A giugno alcuni cittadini avevano segnalato movimenti insoliti all’interno del cimitero di Cella. I primi controlli non avevano dato riscontri, ma a luglio la situazione è emersa con chiarezza: i due avevano sistemato materassini, vestiti, oggetti per l’igiene e perfino un ventilatore, portando con sé anche il cane.

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Alla polizia locale avevano spiegato di essere stati sfrattati e di aver trovato la porta aperta. Da lì la decisione di fermarsi. Per garantirsi un minimo di privacy avevano anche sostituito la serratura, vivendo nel luogo fino ad agosto.

Il Comune, dopo un primo tentativo di soluzione condivisa, ha presentato denuncia per invasione di edificio pubblico. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a otto mesi di reclusione e una multa di 200 euro per ciascuno.

Solo mesi dopo, a novembre, la donna ha accettato l’aiuto dei servizi sociali, affidando i pochi beni personali alla parrocchia della zona. Nel frattempo il procedimento è proseguito con rito abbreviato.

In aula la difesa ha contestato la validità delle dichiarazioni rese agli agenti, sostenendo che fossero state raccolte senza la presenza di un avvocato. In alternativa, i legali avevano chiesto di riconoscere lo stato di necessità o la particolare tenuità del fatto.

Il giudice ha accolto la linea difensiva, pronunciando l’assoluzione con la formula “per non aver commesso il fatto”. Una decisione che chiude il caso giudiziario nato da una condizione di estrema difficoltà economica e sociale.