Iran, petrolio e tensioni globali spingono i prezzi mentre le compagnie Usa avvertono la Casa Bianca

Iran, dirigenti petroliferi avvertono Trump: rischio prezzi fuori controllo per blocco Hormuz e tensioni nel Golfo, mentre il greggio sfiora i 100 dollari e crescono le minacce contro aziende Usa

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Iran, petrolio e tensioni globali spingono i prezzi mentre le compagnie Usa avvertono la Casa Bianca

I vertici delle principali compagnie petrolifere americane hanno messo in guardia l’amministrazione Trump sull’evoluzione della crisi energetica legata al conflitto in Iran. Durante incontri alla Casa Bianca e con i responsabili di Energia e Interni, i dirigenti hanno segnalato che il blocco dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz continua a destabilizzare i mercati.

Al tavolo sedevano gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips. L’assenza di Trump alle riunioni non ha fermato il confronto, che si è concentrato sull’impatto della crisi sulle forniture globali. Lo stretto resta un passaggio chiave: da lì transita circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiale.

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Intanto negli Stati Uniti il prezzo del greggio è salito rapidamente: da 87 dollari al barile a metà settimana fino a sfiorare i 99 dollari nel giro di pochi giorni. Un aumento che riflette la crescente incertezza sui mercati energetici.

La Casa Bianca sta valutando diverse contromisure per contenere i rincari. Tra queste, un possibile allentamento delle sanzioni sul petrolio russo, il rilascio delle riserve strategiche e modifiche alle regole che limitano il trasporto interno di greggio. Si lavora anche a un incremento delle forniture dal Venezuela verso gli Stati Uniti.

Nonostante il clima collaborativo degli incontri, molti operatori del settore ritengono che queste soluzioni possano avere effetti limitati. La vera svolta, secondo diversi dirigenti, dipende dalla riapertura dello Stretto di Hormuz. Senza un ritorno alla normalità, il caro energia rischia di pesare sull’economia globale e ridurre la domanda di carburanti.

Un alto funzionario americano ha ammesso che i prezzi potrebbero continuare a salire e che le opzioni immediate sono ridotte. Il Pentagono ha indicato possibili interventi per riaprire lo stretto in tempi brevi, ma lo scenario resta incerto.

Nel frattempo cresce la tensione sul campo. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato attacchi contro aziende statunitensi presenti nella regione, invitando il personale a lasciare immediatamente le sedi operative. Tra i possibili obiettivi figurano anche uffici di grandi gruppi tecnologici nel Golfo.

Sul fronte internazionale, l’Agenzia Internazionale dell’Energia si è detta pronta a utilizzare altre riserve strategiche se necessario. Il direttore Fatih Birol ha spiegato che le scorte disponibili restano ampie, oltre 1,4 miliardi di barili, e che il recente rilascio ha già contribuito a frenare temporaneamente i prezzi.

Secondo l’Agenzia, però, si tratta solo di una soluzione tampone. La stabilità del mercato dipende dal ripristino dei flussi attraverso Hormuz. Diversi Paesi, tra cui India e Singapore, si sono detti pronti a collaborare.

Gli analisti invitano comunque alla cautela nelle previsioni. L’impatto del caro petrolio su inflazione e crescita, negli Stati Uniti, è oggi meno forte rispetto al passato. Negli ultimi decenni il peso dell’energia sull’economia è diminuito e il Paese è diventato esportatore netto di petrolio.

Questo riduce la vulnerabilità agli shock dei prezzi, anche se un periodo prolungato di rincari potrebbe comunque incidere sui consumi e sui redditi delle famiglie.