Stretto di Hormuz quasi fermo, petrolio del Golfo senza alternative

La guerra in Medio Oriente ha quasi fermato lo Stretto di Hormuz e gran parte del petrolio del Golfo resta bloccata. Il conflitto ha ridotto drasticamente il traffico marittimo, mentre oleodotti e rotte alternative non bastano a sostituire il passaggio strategico.

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Stretto di Hormuz quasi fermo, petrolio del Golfo senza alternative

Lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato per il mercato energetico mondiale. Da questo passaggio marittimo, che collega il Golfo Persico alle rotte globali, transita la maggior parte del petrolio e del gas prodotti dai Paesi della regione. Con la guerra in Medio Oriente il traffico è quasi scomparso e il sistema energetico internazionale si trova davanti a uno scenario temuto da anni.

Le tensioni esplose nelle ultime settimane hanno rallentato drasticamente le spedizioni. Durante la seconda settimana di combattimenti le petroliere in transito sono diminuite fino quasi a fermarsi. Il prezzo del greggio ha reagito subito, superando i 100 dollari al barile per la prima volta da quasi quattro anni.

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I dati dell’Agenzia internazionale per l’energia mostrano la portata del blocco. Le esportazioni di petrolio attraverso Hormuz sono scese sotto il 10 per cento dei livelli precedenti alla guerra. Anche il Qatar ha interrotto il processo di liquefazione del gas destinato ai mercati esteri. Il risultato è che petrolio e gas restano accumulati nella regione mentre i depositi di stoccaggio si riempiono rapidamente.

Il problema non nasce solo dal conflitto. La geografia del Golfo e le rivalità politiche tra gli Stati rendono difficile creare vie alternative. Per aggirare lo stretto molti produttori dovrebbero costruire oleodotti che attraversano Paesi vicini, con costi elevati e complicazioni diplomatiche. Il Qatar, ad esempio, confina via terra soltanto con l’Arabia Saudita, con cui i rapporti sono stati tesi fino a pochi anni fa.

Anche le infrastrutture terrestri non garantiscono sicurezza assoluta. Gli oleodotti possono diventare bersagli in caso di crisi. “Nessuna infrastruttura energetica è completamente al sicuro”, ha osservato John Browne, ex amministratore delegato di BP, ricordando quanto sia semplice colpire impianti strategici.

Negli anni alcuni Paesi del Golfo hanno cercato soluzioni alternative. Gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito un oleodotto che collega Abu Dhabi al porto di Fujairah, sul Golfo dell’Oman, permettendo di evitare Hormuz. L’Arabia Saudita possiede invece una grande rete che porta il greggio fino al Mar Rosso.

Queste vie però coprono solo una parte delle esportazioni. L’infrastruttura saudita può trasportare fino a sette milioni di barili al giorno, ma una quota significativa serve le raffinerie interne del regno. Restano circa cinque milioni di barili disponibili per le vendite all’estero, una quantità insufficiente a sostituire il flusso che normalmente attraversa lo stretto.

Secondo Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, l’eventuale chiusura totale di Hormuz avrebbe effetti pesanti sull’intero sistema energetico. Senza quel passaggio marittimo, il mercato petrolifero globale rischierebbe scosse difficili da gestire.