Alan Friedman racconta Putin e i tagliolini al tartufo di Berlusconi

Alan Friedman racconta come Vladimir Putin cambiò atteggiamento dopo aver sentito parlare dei tagliolini al tartufo preparati da Silvio Berlusconi. Il giornalista ricorda quell’incontro al Cremlino e il curioso episodio che sciolse la tensione.

Alan Friedman
Alan Friedman racconta Putin e i tagliolini al tartufo di Berlusconi

Il giornalista Alan Friedman ricorda un episodio curioso legato a Vladimir Putin e a Silvio Berlusconi. Lo ha raccontato durante una puntata del programma televisivo “Ciao Maschio”, dove ha rievocato un incontro al Cremlino nato mentre stava lavorando alla biografia dell’ex presidente del Consiglio italiano.

In quel periodo Friedman frequentava spesso la residenza di Arcore. Per circa diciotto mesi si vedeva con Silvio Berlusconi quasi ogni sabato per raccogliere materiale e testimonianze utili al libro. Fu proprio in quelle settimane che chiese all’ex premier di poter ottenere un contatto diretto con il presidente russo.

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La risposta arrivò rapidamente. Berlusconi fece una telefonata e nel giro di pochi giorni fu organizzato il viaggio a Mosca. Il giornalista racconta però che l’ingresso al Cremlino fu segnato da un clima teso: quando Putin entrò nella stanza, l’atmosfera cambiò immediatamente e lo staff attorno a lui apparve improvvisamente nervoso.

Secondo Friedman il leader russo si presentò con un atteggiamento molto controllato. Parlava poco, si muoveva con rigidità e continuava a sistemarsi la cravatta mentre ascoltava l’interprete. Lo sguardo, racconta il giornalista, era penetrante e contribuiva ad aumentare la tensione della stanza.

La situazione cambiò all’improvviso quando Friedman citò un ricordo suggerito proprio da Berlusconi. Gli parlò dei tagliolini al tartufo bianco che Putin aveva mangiato a casa dell’ex premier durante una visita privata. Quel riferimento alla tavola ebbe un effetto immediato.

Putin, ricorda Friedman, iniziò a sorridere e a ridere. L’atmosfera si alleggerì e la conversazione prese una piega molto più informale, con il presidente russo che si mise a parlare proprio di quel piatto e del pranzo trascorso ad Arcore.

Nel corso dell’intervista il giornalista ha spiegato anche il rapporto che spesso nasce tra reporter e leader politici. Molti di loro, ha detto, finiscono per comportarsi come se il giornalista fosse un amico. Ma lui ribadisce una regola chiara della sua professione: non è un amico dei potenti, ma un cronista che deve raccontare i fatti.

Friedman ha parlato anche della sua storia personale. Nato a New York, riuscì a entrare all’università quando aveva appena sedici anni grazie a un programma per studenti particolarmente brillanti. Un traguardo precoce che, ammette, arrivò anche per la forte spinta dei genitori.

Quell’accelerazione negli studi ha favorito una carriera rapida nel giornalismo internazionale. Allo stesso tempo, però, Friedman riconosce che quell’ingresso anticipato nel mondo accademico gli ha fatto saltare una fase della vita. L’adolescenza, dice oggi, è stata più breve di quanto avrebbe voluto.