Sanremo 2026, nei testi delle canzoni il ritratto di un'Italia fragile e inquieta

Sanremo 2026 racconta un’Italia segnata da fragilità e paure, con testi che nascono dal presente e dalle sue ferite. Nei brani emergono amori imperfetti, ansia e vita quotidiana, tra immagini crude e confessioni intime.

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Sanremo 2026, nei testi delle canzoni il ritratto di un'Italia fragile e inquieta

I trenta brani in gara a Sanremo 2026 offrono uno spaccato diretto del presente, tra cadute, inquietudini e tentativi di ripartire. Le parole scelte dagli artisti disegnano un Paese che fatica a riconoscersi, attraversato da emozioni contrastanti e da un bisogno concreto di serenità.

Al centro resta l’amore, ma lontano da ogni idealizzazione. È un sentimento complicato, spesso segnato da ferite e dipendenze. Samurai Jay lo descrive come una malattia, Chiello lo lega a immagini dure e disilluse, mentre Luchè lo trasforma in un percorso senza uscita. Michele Bravi usa l’ironia per raccontare la fragilità emotiva, Eddie Brock mette in scena relazioni che si ripetono senza cambiare mai. Accanto a queste storie, trovano spazio anche legami familiari, come il ricordo di una madre o affetti che resistono al tempo.

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Le parole forti non mancano, ma non sono mai gratuite. Servono a segnare uno strappo, a rendere più netto il racconto. Maria Antonietta & Colombre rivendicano con forza la libertà di cercare la felicità, Luchè usa toni taglienti per parlare del tempo, J-Ax inserisce espressioni ironiche e quotidiane, mentre Tredici Pietro restituisce un’immagine urbana cupa e disincantata.

Più frequenti delle provocazioni sono i termini che raccontano fragilità e resistenza. La caduta diventa simbolo generazionale nei versi di Tredici Pietro, il dolore ritorna in diversi brani con sfumature diverse, la paura si ripete come un ritornello. Fulminacci la descrive come un gelo costante, Levante la trasforma in tensione fisica, Mara Sattei la scioglie nella voce di chi ama. Anche la notte ricorre spesso, come spazio in cui perdersi o trovare rifugio.

Tra i testi emerge anche l’attualità. Ermal Meta porta sul palco una storia drammatica legata alla guerra a Gaza, trasformando una filastrocca in un racconto doloroso. Sayf richiama le alluvioni e le difficoltà quotidiane, tra lavoro precario e disillusione. J-Ax costruisce un ritratto ironico del Paese, fatto di contraddizioni e piccoli espedienti, mentre altri artisti affrontano temi come l’ansia sociale, la pressione dei modelli irraggiungibili e il peso dei social.

L’ambientazione è spesso urbana e notturna. Tra metropolitane, stanze d’albergo, taxi e appartamenti disordinati, prende forma una quotidianità sospesa. Fulminacci si muove nel vento della metro, Nayt osserva il mondo fermo davanti a un muro, Tommaso Paradiso accende la televisione per coprire i pensieri, Levante racconta emozioni che diventano fisiche.

I temi si intrecciano: ansia, identità in evoluzione, precarietà economica, dipendenze affettive, memoria e lutto. Le canzoni costruiscono un linguaggio diretto, fatto di immagini concrete e contrasti netti. Ne esce il ritratto di un’Italia stanca ma ancora in movimento, capace di raccontarsi senza filtri mentre prova a rimettersi in piedi.