Pep Guardiola rivendica il diritto di parlare: guerre, Palestina e polemiche
Pep Guardiola rivendica il diritto di parlare delle guerre e delle vittime civili, respingendo l’idea che il suo ruolo di allenatore lo obblighi al silenzio. Le sue parole aprono uno scontro pubblico che va oltre il calcio.
Pep Guardiola rifiuta l’idea di doversi limitare al ruolo di allenatore. Davanti alle critiche, il tecnico del Manchester City chiarisce di voler parlare ogni volta che persone innocenti vengono uccise. «Perché non posso dire quello che provo?», è la domanda che pone, respingendo i pregiudizi legati alla sua professione.
Il messaggio di Guardiola non distingue tra popoli o confini. L’allenatore spiega di non considerare alcune vite più importanti di altre e di non fare classifiche tra i conflitti. Nelle sue parole rientrano Sudan, Ucraina, Russia e il genocidio in Palestina, con un unico punto fermo: la difesa dei civili.
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Alla presa di posizione pubblica ha fatto seguire anche gesti concreti. Guardiola si è recato a Barcellona per intervenire a un evento a sostegno dei bambini palestinesi. Per lui non si tratta di bandiere o schieramenti politici, ma di persone che soffrono. «Se il mio messaggio non viene capito, va bene», ha aggiunto senza arretrare.
Le dichiarazioni hanno provocato una reazione dura da parte del Consiglio degli Ebrei di Manchester, che sui social ha invitato Guardiola a concentrarsi esclusivamente sul calcio. Secondo l’organizzazione, prese di posizione simili rischiano di alimentare tensioni e comportamenti antisemiti.
Le critiche si sono estese anche al suo presunto silenzio su altri episodi. In particolare, gli viene contestato di non aver commentato l’attacco terroristico alla sinagoga di Heaton Park nell’ottobre 2025. Per i detrattori, l’indignazione dell’allenatore non sarebbe stata rivolta a tutte le vittime con la stessa intensità.