Futuro Nazionale, il nome del partito di Vannacci e il marchio scaduto registrato nel 2010
Il progetto politico di Roberto Vannacci parte tra le polemiche: il nome scelto, Futuro Nazionale, ha una storia precedente e una possibile criticità legale legata alla scadenza del marchio registrato anni fa.
Prima ancora della nascita ufficiale, Futuro Nazionale finisce al centro di un contenzioso che riguarda il diritto all’uso del nome. Il movimento promosso da Roberto Vannacci non ha ancora completato l’iter formale davanti a un notaio, ma la scelta della denominazione ha già aperto uno scontro sul piano giuridico.
Il marchio era stato depositato nel 2010 da Riccardo Mercante, ex consigliere regionale abruzzese, scomparso nel 2020. Oggi la titolarità viene rivendicata dalla moglie, Marina Caproni, che si oppone all’utilizzo del nome da parte del nuovo soggetto politico vicino al generale.
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La posizione della famiglia Mercante non è solo formale. L’obiettivo dichiarato è impedire che un simbolo legato a un percorso politico precedente venga associato a un progetto ritenuto distante dalle idee e dalla storia personale di chi lo aveva registrato.
Sul piano tecnico, però, la questione è più complessa. Secondo alcuni esperti di diritto, un marchio ha validità decennale e deve essere rinnovato alla scadenza. Nel caso specifico, non risulterebbero proroghe successive al primo deposito, rendendo il nome potenzialmente disponibile.
La normativa prevede infatti che, trascorsi tre anni dalla scadenza senza rinnovo, venga meno il requisito della novità. In quel caso, la dicitura potrebbe essere nuovamente registrata da terzi, aprendo la strada a un nuovo utilizzo anche in ambito politico.
Situazioni simili non sono inedite. In passato, simboli e denominazioni di partito sono stati oggetto di dispute tra privati e forze politiche, risolte spesso sul principio dell’anteriorità nelle competizioni elettorali ufficiali.
Il gruppo che sostiene Vannacci, nonostante le diffide ricevute, sembra intenzionato a proseguire con l’attuale nome, almeno finché non emergeranno ostacoli giuridici definitivi. Il caso mette però in luce le ambiguità che nascono quando le regole sui marchi commerciali si intrecciano con quelle della rappresentanza politica.