Sesso e fertilità nello Spazio, cosa succede al corpo umano lontano dalla Terra
L’amore e la procreazione fuori dalla Terra non sono più solo fantasia. Con missioni più lunghe e voli commerciali in arrivo, scienziati e medici iniziano a interrogarsi sui rischi reali del sesso e della fertilità nello spazio.
Una cabina in orbita, la Terra che scorre sotto gli occhi e due persone sospese in assenza di peso. Fino a poco tempo fa era materia da film, oggi è uno scenario che la scienza prende sul serio. Con l’aumento delle missioni e l’arrivo dei voli spaziali commerciali, la salute riproduttiva oltre l’atmosfera terrestre entra nel campo delle questioni concrete.
Un gruppo internazionale di ricercatori ha messo nero su bianco che il tema non può più essere rimandato. Lo spazio sta diventando un luogo di lavoro stabile e, parallelamente, le tecniche di procreazione assistita sono sempre più avanzate, automatizzate e accessibili. Due rivoluzioni nate separate che ora iniziano a sovrapporsi.
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Il punto di partenza è chiaro: oggi non esistono standard condivisi per gestire i rischi legati alla fertilità e alla gravidanza durante i viaggi spaziali. Dalla possibilità di gravidanze non pianificate agli effetti delle radiazioni cosmiche, fino alle implicazioni etiche di eventuali sperimentazioni, il vuoto normativo è evidente.
Gli autori precisano che non si tratta di incoraggiare concepimenti nello spazio. L’obiettivo è individuare per tempo i pericoli prevedibili e le lacune scientifiche, prima che missioni sempre più lunghe espongano astronauti e turisti spaziali a danni irreversibili.
Le evidenze disponibili sono poche ma indicano un ambiente ostile alla biologia umana. Microgravità, radiazioni e alterazioni del ritmo sonno-veglia interferiscono con i processi riproduttivi. Studi sugli animali mostrano effetti negativi sui cicli mestruali e un aumento del rischio tumorale dopo esposizioni anche brevi alle radiazioni.
Sull’uomo i dati sono limitati. Per le missioni di lunga durata mancano informazioni solide, soprattutto sulla fertilità maschile e sugli effetti cumulativi delle radiazioni. Questa assenza di conoscenze viene definita dagli esperti una delle criticità principali da colmare.
Ci sono però anche segnali rassicuranti. Le astronaute che hanno partecipato alle missioni Shuttle non mostrano, al rientro sulla Terra, tassi di gravidanza o complicazioni diversi rispetto alle coetanee rimaste a terra. Resta il fatto che si tratta di missioni relativamente brevi, non paragonabili a future permanenze prolungate.
La gravidanza resta oggi una controindicazione assoluta al volo spaziale e le mestruazioni vengono spesso soppresse con terapie ormonali. Tuttavia, alcune tecnologie di laboratorio legate alla fecondazione assistita e alla crioconservazione potrebbero adattarsi anche a contesti estremi come quello orbitale.
Secondo i ricercatori, molte innovazioni della procreazione medicalmente assistita nascono proprio per superare limiti ambientali o biologici. La conservazione dei gameti, la coltura degli embrioni e lo screening genetico sono ormai sistemi compatti e automatizzati, potenzialmente utilizzabili anche lontano dalla Terra.
Resta aperta la questione etica. Dalla semplice comunicazione di una gravidanza durante una missione allo screening genetico degli astronauti, ogni scelta solleva interrogativi delicati. Le politiche iniziano ad affacciarsi, ma mancano linee guida condivise e tutele chiare.
La ricerca spaziale, spiegano gli autori, è destinata ad allargarsi anche alla biologia riproduttiva. Proprio per questo serve agire ora: non perché la fecondazione nello spazio sia imminente, ma perché il tempo per fissare regole e limiti si sta riducendo.
Con una presenza umana sempre più stabile oltre l’atmosfera, la salute riproduttiva non può restare un punto cieco. Servono collaborazione internazionale, dati affidabili e regole etiche condivise per proteggere astronauti professionisti e privati nelle future esplorazioni.