Angelo con volto di Giorgia Meloni a San Lorenzo in Lucina: l'affresco, Umberto II e il mistero dei gioielli della Corona

Un affresco in una basilica romana, volti riconoscibili e iscrizioni enigmatiche: nella Cappella di San Lorenzo in Lucina affiorano riferimenti che riportano a Umberto II, alla sepoltura al Pantheon e al contenzioso sui gioielli dei Savoia.

angelo volto

Nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, a Roma, un affresco recente ha acceso interrogativi e letture simboliche. Al centro della Cappella restaurata nei primi anni Duemila compaiono figure, iscrizioni e riferimenti che sembrano intrecciare arte sacra, storia monarchica e attualità politica.

La prima traccia emerge già all’ingresso. Una lastra di marmo ricorda il restauro del 2003, voluto da Daniela d’Amelio Memmo e dal marito Antonio d’Amelio. Il cognome ritorna all’interno della Cappella su una seconda lapide, dedicata a Carlo d’Amelio, indicato come Collare della Santissima Annunziata, sepolto nella stessa basilica.

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Carlo d’Amelio fu un giurista di rilievo e, soprattutto, ministro della Real Casa di Savoia dal 1983 fino alla morte. Era l’uomo incaricato di seguire gli affari privati della famiglia reale in Italia dopo la fine della monarchia, un ruolo chiave per comprendere il significato delle scelte iconografiche presenti nella Cappella.

Sull’altare domina un grande Crocifisso. Sopra, una frase incisa in caratteri maiuscoli: “Tu non fai la storia, tu sei la storia”. Poco sotto compare il nome “Angelica” e, separata, l’espressione “Et religione”. Un messaggio solenne, che introduce il cuore del racconto visivo.

Sulla parete destra, guardando l’altare, sono raffigurati due angeli. Uno, con tratti maschili, regge una corona sabauda. L’altro, con un volto femminile che molti osservatori trovano sorprendentemente simile a quello della presidente del Consiglio, tiene tra le mani una mappa dell’Italia. Tra le due figure spicca il busto di Umberto II di Savoia, ultimo re d’Italia, salito al trono nel maggio 1946 e morto in esilio nel marzo 1983.

Sotto gli angeli, una grande lastra marmorea sostenuta da cherubini reca una lunga iscrizione commemorativa. Ricorda Umberto II come il sovrano che scelse l’esilio per evitare la guerra civile, ribadendo fino alla morte l’appello alla concordia e il legame con la patria.

La frase conclusiva dell’epigrafe è quella che più colpisce: “Il figlio Vittorio Emanuele pose nella speranza che l’esilio cessi dopo la morte con la traslazione della venerata salma al Pantheon”. Un auspicio inciso nella pietra, che richiama un tema ancora aperto nella storia repubblicana.

La salma di Umberto II si trova tuttora nell’abbazia di Altacomba, in Savoia, dove ogni marzo si tengono le commemorazioni per l’anniversario della morte. Proprio in una di queste occasioni, il nipote Emanuele Filiberto ha ricordato che diversi pareri istituzionali sarebbero già favorevoli al trasferimento al Pantheon, in attesa dell’assenso del Quirinale.

La coincidenza temporale e simbolica ha alimentato letture ulteriori. L’angelo con la mappa dell’Italia sovrasta infatti l’auspicio del rientro della salma a Roma, mentre la figura opposta, con la corona in mano, è stata associata da alcuni all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Da qui il collegamento con un altro capitolo irrisolto: il tesoro della Corona d’Italia. Durante il secondo governo Conte non ebbe seguito il tentativo di restituzione dei gioielli avanzato dagli eredi dei Savoia tramite una mediazione con la Banca d’Italia e la Presidenza del Consiglio.

I gioielli erano stati consegnati nel giugno 1946 alla Banca d’Italia su incarico di Umberto II, affinché fossero custoditi e messi a disposizione “di chi di diritto”. Dopo il mancato accordo, nel 2022 si è arrivati al giudizio civile.

Il 15 maggio 2025 il Tribunale di Roma ha stabilito che quei beni appartengono allo Stato italiano. La decisione è stata contestata dagli eredi Savoia, che hanno annunciato ricorsi nei successivi gradi di giudizio.

Nel novembre 2025 è stato formalizzato anche il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con l’obiettivo di rimettere in discussione la gestione dei beni privati della famiglia reale dopo la caduta della monarchia.

Alla luce di questi elementi, l’affresco di San Lorenzo in Lucina continua a dividere: per alcuni è una sequenza di coincidenze, per altri un racconto visivo che intreccia memoria storica, rivendicazioni dinastiche e messaggi rivolti al presente.