Depressione post partum dopo la maternità surrogata, la storia di un'infermiera americana

Dopo una gravidanza per altri senza complicazioni, un’infermiera americana racconta la depressione post partum arrivata settimane dopo il parto e il percorso di cura che le ha permesso di chiedere aiuto e tornare a sentirsi sé stessa.

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Elizabeth Schreiber ha 35 anni e lavora come infermiera a Wheeling, in West Virginia. Dopo la nascita del suo primo figlio, nel 2018, aveva scelto di portare avanti una gravidanza per aiutare un’altra coppia ad avere un bambino. L’idea era nata da un pensiero semplice: far vivere ad altri la stessa gioia provata stringendo suo figlio appena nato.

La gestazione è filata liscia. Nessun problema medico, nessuna complicazione. Anche il parto è stato veloce. In sala parto, ricorda, l’emozione più forte è stata guardare i genitori prendere in braccio il loro bambino per la prima volta.

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Per alcune settimane tutto è sembrato normale. Poi, a circa un mese dalla nascita, l’equilibrio si è rotto. Elizabeth racconta di una tristezza improvvisa, senza un motivo preciso. Ogni giorno si sentiva più appesantita, come se qualcosa la schiacciasse dall’interno.

Il suo racconto della depressione post partum è diretto. Dice di essersi sentita fragile, come cenere pronta a disperdersi al primo soffio di vento. L’energia è sparita, insieme all’interesse per ciò che la circondava. A un certo punto ha ammesso di non provare più nulla nemmeno per sé stessa, ed è stato quello a spaventarla di più.

Parla anche di pensieri intrusivi, difficili da controllare, come se la sua mente non le appartenesse del tutto. La svolta è arrivata durante un controllo medico dopo il parto. In quell’occasione ha deciso di dire apertamente come stava.

Da lì è iniziato il percorso di cura. I medici hanno prescritto una terapia farmacologica e, con il tempo, la situazione è cambiata. Poco alla volta Elizabeth ha raccontato di aver ritrovato lucidità e stabilità, tornando a riconoscersi.

Oggi usa la sua esperienza anche nel lavoro. Con le pazienti che affrontano difficoltà simili parla di ormoni, chimica cerebrale e cure disponibili, spiegando che non si tratta di debolezza personale ma di una condizione che può essere trattata.