Fabrizio Corona fermato dal Tribunale: accolto il ricorso di Alfonso Signorini, scattano divieti e sanzioni
Il Tribunale di Milano impone uno stop ai contenuti online di Fabrizio Corona su Alfonso Signorini, accogliendo il ricorso del conduttore. L’ordinanza prevede rimozioni immediate, divieti futuri e sanzioni economiche.
Un nuovo capitolo giudiziario segna il confronto tra Fabrizio Corona e Alfonso Signorini. Il giudice civile di Milano ha dato ragione al conduttore televisivo, accogliendo il ricorso presentato dai suoi legali e disponendo uno stop netto alla diffusione di contenuti che lo riguardano.
L’ordinanza, depositata lunedì 26 gennaio, stabilisce che Corona debba eliminare senza ritardi tutti i materiali pubblicati online riconducibili a lui, diretti o indiretti, che facciano riferimento a Alfonso Signorini, indipendentemente dalla piattaforma utilizzata.
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Il provvedimento non si limita alla rimozione. Viene infatti imposto il divieto assoluto di diffondere in futuro video, testi o registrazioni che possano ledere la reputazione, l’immagine o la riservatezza del ricorrente, anche in modo indiretto.
Tra le prescrizioni figura anche l’obbligo di consegnare al Tribunale, entro due giorni, eventuali documenti, dati o immagini appartenenti alla sfera privata del conduttore che siano in possesso di Corona.
Sul piano economico, l’ex fotografo dei vip dovrà farsi carico delle spese processuali e dei compensi legali, per un importo complessivo che supera i novemila euro, oltre a una penale di 2.000 euro per ogni eventuale violazione delle disposizioni fissate dal giudice.
I legali di Signorini hanno accolto con favore la decisione, sottolineando come il provvedimento riaffermi il principio secondo cui i diritti individuali non possono essere calpestati nel contesto digitale, né trasformati in strumenti di esposizione e pressione personale.
Nella vicenda entra anche il tema della responsabilità delle piattaforme online. I difensori del conduttore hanno infatti depositato in Procura una denuncia che chiama in causa anche i gestori dei servizi di hosting, ipotizzando un concorso nella diffusione di contenuti ritenuti diffamatori.