Timothée Chalamet racconta Marty Supreme e la paura di esporsi a Hollywood

Timothée Chalamet racconta l’allenamento estremo per Marty Supreme, il legame con la propria ambizione e il disagio culturale delle nuove generazioni, tra sogni, disciplina e una Hollywood sempre più prudente.

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Per prepararsi alle scene di tennistavolo, Timothée Chalamet ha studiato per mesi con Diego Schaaf e Wei Wang, gli stessi coach che avevano lavorato a Forrest Gump. L’attore descrive quelle sequenze come una sorta di danza irregolare, fatta di calcoli, ritmo spezzato e memoria muscolare.

Il risultato è visibile in Marty Supreme, il film di Josh Safdie in arrivo nelle sale dal 22 gennaio. Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, racconta la storia di Marty Mauser, giovane commesso in un negozio di scarpe che vive per un solo obiettivo: diventare un campione di ping pong, anche a costo di sacrificare tutto il resto.

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Chalamet riconosce in quel personaggio una parte di sé. Tra i 22 e i 26 anni, mentre la sua carriera prendeva velocità, ha provato la sensazione di perdere l’equilibrio, come se il terreno sotto i piedi fosse improvvisamente scomparso.

Proprio per questo ha scelto di dedicarsi a ruoli impegnativi come Marty e come Bob Dylan in A Complete Unknown, isolandosi dal rumore mediatico. L’attore parla del lavoro come del vero dono della sua vita, qualcosa da proteggere con disciplina e concentrazione.

Secondo Chalamet, questo film rappresenta una svolta personale: il momento in cui ha deciso di accettare apertamente la propria ambizione senza più nasconderla dietro il timore del giudizio.

Osservando la cultura contemporanea, nota un cambiamento profondo rispetto alla sua adolescenza. La musica che ascoltava nel 2010, soprattutto l’hip hop, aveva un tono dichiaratamente aspirazionale. Oggi, invece, percepisce una diffusa diffidenza verso tutto ciò che viene considerato elitario, Hollywood compresa.

Questo clima, a suo parere, alimenta un senso di colpa collettivo e una costante paura di sbagliare parole o posizioni. Un disagio che attribuisce soprattutto alle generazioni cresciute durante la pandemia.

Chalamet spera che i più giovani possano riconoscersi in Marty Mauser, vedendo in lui una figura capace di rompere gli schemi. Paragona questa energia a quella dei Sex Pistols dopo i Beatles: un cambio di linguaggio, di tono e di ambizione.

Nel suo percorso personale, l’attore rifiuta l’idea di diventare una guida morale. Come Bob Dylan, preferisce concentrarsi sulla creazione artistica, mantenendo un profilo basso e lasciando che a parlare siano i progetti, non le dichiarazioni pubbliche.