Felice Maniero e la demenza senile: il declino del capo della Mala del Brenta dopo la morte della madre
Il declino cognitivo di Felice Maniero ha avuto un’accelerazione dopo la morte della madre. Oggi l’ex capo della Mala del Brenta vive in una struttura assistita, lontano dall’immagine del boss che dominò il Nord Italia.
La scomparsa di Lucia Carrain, avvenuta il 16 novembre all’età di 95 anni, ha segnato un punto di non ritorno per Felice Maniero. Da quel momento, il deterioramento delle sue capacità cognitive è diventato rapido e irreversibile, trasformando l’ex boss in una figura fragile e quasi irriconoscibile.
Oggi Maniero è ricoverato in una casa di riposo in condizioni cliniche complesse. Fino a pochi mesi prima riusciva ancora a orientarsi tra ricordi e conversazioni, ma la progressiva perdita di memoria si è evoluta in una forma avanzata di demenza senile, con un drastico ridimensionamento dell’autonomia mentale.
Il percorso medico era iniziato oltre un anno e mezzo fa con un primo ricovero in una struttura psichiatrica. La diagnosi parlava di depressione maggiore ricorrente, accompagnata da un declino cognitivo e da tratti di bipolarismo. Da allora, il quadro clinico ha alternato brevi miglioramenti a fasi di peggioramento sempre più evidenti.
Nel pieno di questa fragilità, Maniero aveva scelto di raccontare la propria storia, come se avvertisse che il tempo stava per esaurirsi. Aveva ripercorso la nascita e l’ascesa della banda criminale più potente e organizzata mai esistita nel Nord Italia, l’unica in grado di trattare alla pari con mafia, camorra e ’ndrangheta.
Si era soffermato anche su aspetti privati: la famiglia, le passioni sportive, le notti trascorse davanti alle partite di Sinner, il rapporto con la madre e le relazioni sentimentali. Il dolore più profondo restava quello per la figlia primogenita Elena, morta suicida, una ferita mai rimarginata che lo aveva segnato più di qualsiasi condanna.
Con la stessa lucidità intermittente, aveva voluto incontrare alcuni dei vecchi compagni di strada, pochi, pochissimi, quelli che non aveva contribuito a far finire in carcere. Un commiato silenzioso, che solo dopo sarebbe apparso come un vero addio.
Mese dopo mese, la forza che lo aveva reso temuto e rispettato ha lasciato spazio alla rassegnazione. La coscienza si è fatta più debole, mentre la solitudine è diventata la sua unica compagna, con i figli ormai lontani e quasi assenti.
Di Felice Maniero, il Faccia d’angelo che aveva dominato la Mala del Brenta, restano oggi soprattutto i frammenti di memoria e la leggenda criminale che continua a circolare nel racconto di un Veneto segnato da un potere oscuro e senza precedenti.
Talvolta riaffiora un ricordo, un nome, un’immagine. In quei brevi istanti torna a essere consapevole di chi è stato: l’unico capo di una banda condannata per associazione mafiosa, l’unico leader assoluto di un’organizzazione che ha scritto una delle pagine più feroci della cronaca italiana.