Proteste in Iran, Trump: Pronti ad aiutare chi chiede libertà

La repressione delle proteste in Iran si intensifica tra arresti e vittime. Donald Trump invia un messaggio diretto ai manifestanti, mentre da Washington emergono segnali di possibili valutazioni militari sul futuro del regime di Teheran.

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Le piazze iraniane continuano a riempirsi nonostante una repressione sempre più dura. Ospedali sovraffollati, racconti di violenze e un numero di vittime difficile da verificare per via delle restrizioni sulla rete descrivono un Paese attraversato da una crisi profonda.

In questo scenario è arrivato il messaggio di Donald Trump, diffuso sul suo social Truth, con poche parole che hanno subito fatto il giro del mondo. Gli Stati Uniti, ha scritto, sarebbero pronti ad aiutare perché l’Iran starebbe guardando alla libertà come mai prima d’ora.

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Il post è giunto a distanza di poche ore da dichiarazioni più dure rilasciate in un’intervista radiofonica. L’ex presidente ha avvertito che Washington reagirebbe con forza qualora le autorità iraniane iniziassero a uccidere sistematicamente i manifestanti, ricordando che simili dinamiche si sono già verificate in passato durante le rivolte interne.

Il clima politico statunitense si è ulteriormente acceso dopo l’intervento del senatore repubblicano Lindsey Graham, che sui social ha rivolto un appello diretto al popolo iraniano. Secondo il parlamentare, il coraggio dei manifestanti sarebbe stato notato dalla Casa Bianca e rappresenterebbe il segnale di una possibile svolta storica per il Paese.

Graham ha interpretato lo slogan “rendere l’Iran di nuovo grande” come un chiaro sostegno alla fine del potere degli ayatollah, sostenendo che l’Iran non potrà mai tornare forte finché resterà sotto l’attuale guida religiosa. Nel suo messaggio ha parlato apertamente di aiuti in arrivo.

A rafforzare l’ipotesi di un coinvolgimento americano è emersa anche un’indiscrezione su colloqui preliminari all’interno dell’amministrazione statunitense. Le discussioni avrebbero riguardato l’individuazione di obiettivi militari e la valutazione di un possibile intervento aereo su larga scala.

Al momento, tuttavia, non risultano movimenti concreti di mezzi o personale, né segnali che indichino un’azione imminente. Le valutazioni resterebbero quindi in una fase esplorativa, senza decisioni operative già prese.

Sul fronte interno iraniano, i dati diffusi da organizzazioni per i diritti umani parlano di almeno 65 morti e oltre 2.300 arresti negli ultimi giorni. Numeri che potrebbero essere più alti, considerando le difficoltà nel raccogliere informazioni attendibili a causa del blackout di internet.

Le manifestazioni sarebbero state registrate in circa 180 città. Testimoni hanno raccontato di grandi cortei ma anche di interventi violenti delle forze di sicurezza, con scene di persone ferite e corpi trasportati negli ospedali della capitale.

Secondo alcune testimonianze, nella serata di venerdì i reparti armati avrebbero usato fucili militari contro i manifestanti, causando numerose vittime. Racconti che contribuiscono a delineare uno dei momenti più critici per la stabilità del Paese negli ultimi anni.

Le proteste erano iniziate il 28 dicembre nei bazar di Teheran contro l’aumento dei prezzi e il caro vita, per poi estendersi rapidamente a oltre cento centri urbani, trasformandosi nella più ampia contestazione contro il regime da molto tempo.

La risposta delle autorità iraniane è stata improntata alla linea dura. I vertici di Teheran hanno accusato Stati Uniti e Israele di alimentare le rivolte attraverso presunti agenti esterni e gruppi definiti terroristici.

Il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha annunciato che i manifestanti potranno essere perseguiti come nemici di Dio, un capo d’accusa che in Iran può comportare la pena di morte. La definizione, ha precisato, sarà applicata non solo a chi partecipa direttamente alle proteste, ma anche a chi offre supporto.

Azad ha inoltre invitato le procure ad avviare rapidamente i procedimenti giudiziari, chiedendo espressamente di non mostrare alcuna indulgenza nei confronti degli imputati, in un clima che rende ancora più tesa la situazione politica e sociale del Paese.