Vasco Rossi racconta il bullismo e porta il teatro sperimentale a Zocca
#VascoRossi presenta un progetto di teatro sperimentale a Zocca, il suo paese d’origine. Un’iniziativa che nasce dal ricordo della libertà trovata sul palco da ragazzo, offrendo un’esperienza condivisa piuttosto che una scuola di recitazione tradizionale.
Un progetto di teatro sperimentale nel suo paese d’origine, Zocca, nasce da un ricordo preciso: per Vasco Rossi, salire su un palco da ragazzo significò trovare un varco di libertà in anni segnati da chiusura e solitudine.
Il rocker chiarisce che non si tratta di una scuola “classica” per formare attori o insegnare tecniche di recitazione. L’idea, spiega, è diversa: condividere un’esperienza che per lui è stata decisiva e che ancora oggi riconosce come una via d’uscita personale.
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Ripensando all’infanzia, Rossi parla di bullismo vissuto su più livelli. Da bambino era più piccolo dei coetanei, anche perché aveva iniziato la scuola in anticipo, e quella differenza lo rese un bersaglio.
Poi arrivò lo spostamento a Modena per studiare, e con esso un’altra forma di pressione: sentirsi fuori posto. Venire dai monti, racconta, lo faceva percepire come “diverso” in un contesto urbano che, per lui, aveva il peso di una città vera e propria.
Negli anni Sessanta, aggiunge, dire di essere di Zocca non era motivo d’orgoglio: bastava nominare il paese per ricevere sguardi storti, come se quell’origine valesse meno e finisse per trasformarsi in un’etichetta di serie B.
Tra i primi episodi legati al teatro, ne ricorda uno rimasto impresso. Per la recita di Natale, un uomo chiamato Alvarez radunò i ragazzi a casa propria e li mise alla prova con una richiesta secca: urlare. Uno dopo l’altro, molti vennero scartati.
Quando toccò a lui, Rossi racconta di aver gridato con tutta la forza che aveva: la reazione fu immediata, con i presenti sorpresi e in silenzio. Da quel momento, quella scintilla si trasformò in una passione destinata ad allargarsi negli anni.
Rievoca anche le sperimentazioni di quel periodo: testi inventati, scene costruite con pochi mezzi, perfino uno spettacolo al buio in cui una torcia illuminava, a turno, chi pronunciava il proprio monologo. E conserva ancora uno scritto adolescenziale in cui descrive un “bozzolo” di solitudine, immagine che dice di aver compreso pienamente solo dopo decenni.
Lo stesso processo, spiega, lo riconosce spesso nelle canzoni: alcune le ha capite davvero molto tempo dopo, perché scrivere lo portava fuori dalla razionalità e, a volte, a formulare pensieri che avrebbero trovato senso solo più avanti.
Tra i ricordi più duri cita anche il periodo in collegio dai Salesiani, dove si chiuse quasi del tutto, parlando pochissimo. L’ambiente, racconta, era rigidissimo; aveva solo un paio di amici e, dopo una bravata con un compagno, un’ispezione portò a identificare i responsabili anche attraverso la calligrafia: l’amico fu allontanato subito e, il giorno seguente, toccò anche a lui lasciare il collegio.