L'ambiguo rapporto tra Corea del Sud e Giappone: donne di conforto, proteste e boicottaggi
Le "donne di conforto" rappresentano uno dei nodi storici più complessi nei rapporti tra Corea del Sud e Giappone. La memoria delle donne coreane coinvolte nei bordelli militari giapponesi durante la Seconda guerra mondiale continua a influenzare le relazioni bilaterali, sebbene le interpretazioni di questi eventi siano oggetto di dibattito
Le manifestazioni del mercoledì e le contro-proteste
Dal 1992, ogni mercoledì mattina, attivisti e cittadini si riuniscono davanti all'ambasciata giapponese a Seul per chiedere giustizia per le donne di conforto. Queste manifestazioni, nate con la testimonianza pubblica di Kim Hak-sun, sono diventate un rituale settimanale e una delle più longeve proteste al mondo. La 1.600esima manifestazione si è tenuta nel giugno 2023, e ancora oggi, nel 2025, queste veglie continuano, nonostante il numero sempre più ridotto di sopravvissute.
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Negli ultimi anni, però, sono emersi contrasti interni. Gruppi di estrema destra sudcoreani hanno iniziato a organizzare contro-manifestazioni nello stesso luogo e orario. Alcuni negano l'esistenza stessa del sistema delle comfort women, altri mettono in discussione la narrazione ufficiale secondo cui tutte furono vittime di schiavitù sessuale. La Commissione Nazionale per i Diritti Umani della Corea, nel gennaio 2025, ha raccomandato alla polizia di non impedire queste contro-proteste, suscitando preoccupazioni tra gli attivisti storici.
Questa polarizzazione dimostra che il sentimento antigiapponese in Corea del Sud non è affatto uniforme. Molti cittadini sudcoreani, soprattutto giovani, mostrano oggi un atteggiamento più pragmatico e meno ideologico verso il Giappone, pur senza dimenticare il passato.
Il movimento No Japan: origine, ideologia e conseguenze
Nel luglio 2019, la decisione del Giappone di imporre restrizioni all'export verso la Corea del Sud di materiali high-tech (utilizzati per semiconduttori e display) ha scatenato una reazione senza precedenti. Il movimento "No Japan" nacque come boicottaggio volontario dei prodotti giapponesi, ma si trasformò rapidamente in un'ondata di mobilitazione nazionale. Supermercati, ristoranti e privati cittadini rifiutarono birra, abbigliamento, auto e viaggi in Giappone. Il boicottaggio non fu solo economico, ma anche simbolico: slogan come "No Abe" (contro l'allora premier giapponese Shinzo Abe) univano la protesta commerciale a quella storica.
Le conseguenze economiche furono tangibili. Le vendite di birra giapponese in Corea crollarono del 97% in pochi mesi. Case automobilistiche come Toyota e Honda registrarono un tracollo del 60-80%. Uniqlo fu costretta a chiudere decine di negozi e la Nissan si ritirò dal mercato coreano. Tuttavia, già dal 2022, il clima era cambiato: con l'elezione di Yoon Suk-yeol e la sua linea più conciliante verso Tokyo, molti consumatori coreani sono tornati ad acquistare beni giapponesi. Le restrizioni all'export sono state infine rimosse nel 2023, e anche il Giappone ha reinserito la Corea nella "white list" dei partner commerciali.
Nel dibattito interno giapponese, la linea dura fu sostenuta da esponenti della destra nazionalista, che accusavano Seul di non rispettare gli accordi del 1965. Altri settori della società giapponese, più moderati, temevano invece i costi diplomatici ed economici dello scontro prolungato.
Donne di conforto, No Abe e le fratture nella memoria
Il movimento "No Japan" fu fortemente alimentato dalla questione irrisolta delle donne di conforto e dei lavori forzati. L'accordo del 2015 tra Tokyo e Seul, che proponeva un risarcimento simbolico di 1 miliardo di yen per le comfort women, fu giudicato inadeguato da molte associazioni civiche coreane, che ne chiesero l'annullamento. Nel 2018, la Corte Suprema sudcoreana aveva ordinato a imprese giapponesi di compensare vittime coreane del lavoro forzato durante la guerra, aprendo una crisi diplomatica.
Tuttavia, non tutti i sudcoreani condividono l'interpretazione dominante. Alcuni studiosi e opinionisti, come lo storico coreano Lee Young-hoon, hanno sostenuto che non tutte le donne coinvolte erano vittime di schiavitù sessuale, e che parte di esse potrebbero aver lavorato come prostitute regolari o accompagnatrici. Queste tesi, seppur molto controverse, riflettono l'esistenza di un dibattito interno più complesso di quanto spesso emerga a livello internazionale.
Dokdo/Takeshima: il nodo territoriale che non si scioglie
Un altro elemento costante del conflitto tra Corea e Giappone è la disputa sulle isole Dokdo (note in Giappone come Takeshima), oggi controllate da Seul ma rivendicate da Tokyo. Ogni riferimento giapponese a queste isole come parte del proprio territorio provoca reazioni immediate in Corea, dove Dokdo è un simbolo della lotta contro l'imperialismo nipponico. Le tensioni si riaccendono ciclicamente, ad esempio con la pubblicazione di libri scolastici giapponesi o con le esercitazioni militari nell'area.
Oggi, mentre le proteste per le donne di conforto continuano ogni mercoledì e il ricordo del colonialismo resta vivo, la Corea del Sud si presenta come una società più divisa e matura nelle sue relazioni con il passato. Il movimento No Japan ha mostrato quanto il patriottismo economico possa influenzare la diplomazia, ma anche quanto rapidamente possa svanire. Le ferite storiche sono ancora aperte, ma le risposte della società coreana sono sempre meno monolitiche e sempre più plurali.