Il bisogno di avere un nemico di Olivia Ninotti
Da bambini, nel cortile delle elementari, si giocava a guerra con un nemico inventato, che rendeva le battaglie intense e coinvolgenti. Le partite duravano mezz’ora, tra urla e corse, mentre il cibo della mensa scolastica spesso provocava malori e vomiti sotto un albero. Quel gioco, semplice e spontaneo, rifletteva un bisogno di sentirsi eroi e di creare un nemico da affrontare.
Da bambini abbiamo giocato tutti alla guerra. Io ci giocavo nel cortile delle mie elementari: un nemico inventato, feroce quanto bastava a farci sentire eroi, e mezz’ora di lotta disperata con la pancia piena della — pessima — mensa scolastica, finché a turno qualcuno vomitava sempre sotto un albero. E lì si gridava: basta, c’è il morto! E il morto si rialzava verde e giallo, ma vivo. Era solo un gioco, e funzionava perché tutti sapevamo che lo era. Da adulti continuiamo a dividerci in due squadre — Stati, popoli, bandiere, tribù digitali — ma non sempre riusciamo più a dire basta. Nemmeno davanti ai morti che non si rialzano. Perché continuiamo ad avere bisogno di un nemico anche quando il gioco è diventato vero? Non riguarda solo le guerre. 🔗 Leggi su Tpi.it

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