Contro la vanità non prendiamoci troppo su serio
In moltissimi ambienti si parla di vanità, ma il termine sembra aver perso peso. La parola si diffonde nei salotti televisivi, nelle stanze di potere e anche tra i membri del clero. Tuttavia, il suo significato originale appare sempre più sfumato, come se non si riflettesse più sulle sue implicazioni. La discussione resta aperta, ma senza un chiaro riconoscimento della sua reale portata.
C’è una parola che continua a risuonare nei luoghi del potere, nei salotti televisivi e perfino nelle sagrestie, ma di cui sembra essersi smarrito il peso specifico: vanità. Dal latino vanus, vuoto. Non come semplice difetto caratteriale, ma come tratto strutturale di un’epoca. È il trionfo della scatola senza il regalo, della facciata senza il palazzo: un modo di occupare lo spazio pubblico non per ciò che si è o si fa, ma per come ci si mostra. La vanità accompagna l’uomo da sempre. Nel Qohelet compare una delle diagnosi più spietate mai formulate sull’agire umano: “Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Non è una resa nichilista, ma una constatazione lucida, un “correre dietro al vento”. 🔗 Leggi su Liberoquotidiano.it

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