Eccezionale gravità ma volevano intimidire non uccidere Così cade l’accusa di strage ma resta il metodo mafioso per l’attentato a Ranucci
Il giudice ha stabilito che l’attentato a Ranucci non mirava a uccidere, ma era un gesto volto a intimidire. L’azione è stata definita di gravità eccezionale, ma con l’intento di creare paura, non di compiere un omicidio. Le modalità utilizzate sono comunque riconducibili a un metodo mafioso. La decisione si basa sulle caratteristiche dell’attacco, che sembrano più mirate a intimidire che a provocare una morte.
Non un attentato finalizzato a uccidere, ma un’azione studiata per terrorizzare. È questa la conclusione a cui arriva il giudice per le indagini preliminari di Roma nell’ordinanza con cui dispone le misure cautelari nei confronti del gruppo accusato dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista a Torvaianica. Pur definendo l’episodio un fatto di “ eccezionale gravità intimidatoria “, la giudice per le indagini preliminari di Roma, Iole Moricca, ha escluso l’accusa di strage contestata dalla Direzione distrettuale antimafia. La ragione è giuridica ma poggia su una lunga serie di elementi investigativi: allo stato degli atti non emerge la prova della volontà di uccidere, requisito indispensabile per contestare il reato previsto dall’articolo 422 del codice penale. 🔗 Leggi su Ilfattoquotidiano.it

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