Erano gli Anni 70 quando in Italia si iniziò a parlarne Lo fece un ingegnere che sapeva poco di ospedali Ma che proprio non tollerava che suo fratello colpito da un brutto male ci morisse solo e sfiancato dalle terapie

Notizia in breve

Negli anni Settanta, un ingegnere italiano propose un nuovo approccio alle cure ospedaliere, motivato dalla morte del fratello affetto da una grave malattia. La sua idea non mirava alla guarigione, ma a fornire un’assistenza continua fino all’ultimo momento, anche quando la malattia non poteva essere curata. Questa forma di cura si distingue per il suo obiettivo di accompagnare il paziente nel percorso finale, senza limiti temporali, sottolineando il valore di un’assistenza che non si interrompe.

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N on una resa, ma la forma più avanzata di cura, che della cura esprime il senso più profondo. Quella che non può guarire, ma che per questo continua a curare: fino all’ultimo istante. Questo è il valore delle cure palliative: garantire a persone con malattie terminali la miglior qualità di vita finché c’è vita. E cioè il giusto sollievo e la protezione della propria dignità, alleviando il dolore e al contempo sostenendo le famiglie che si preparano al distacco. In Italia, di questa speciale forma di assistenza si parla solo dalla fine degli anni Settanta. «Grazie all’intuizione di Virgilio Floriani e all’esperienza pionieristica avviata all’Istituto dei Tumori di Milano», racconta, con orgoglio, Francesca Crippa Floriani, Vicepresidente della Fondazione Floriani ETS, nata 50 anni esatti fa grazie all’impegno del suocero. 🔗 Leggi su Iodonna.it

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© Iodonna.it - Erano gli Anni 70 quando in Italia si iniziò a parlarne. Lo fece un ingegnere che sapeva poco di ospedali. Ma che proprio non tollerava che suo fratello, colpito da un "brutto male", ci morisse, solo e sfiancato dalle terapie
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