Il ma-cosa-cazzo sulla vita a Milano e la dolenza perpetua dei giovani pensatori

Nel cuore di Milano si discute spesso di temi legati alla vita dei giovani e alle sfide che affrontano quotidianamente. Tra le conversazioni si sente parlare di un senso di insoddisfazione diffuso e di una ricerca di significato in un ambiente che sembra sempre più frenetico e complesso. Nel frattempo, nel mondo dell’informazione, si osserva come alcune tematiche risultino più facili da affrontare rispetto ad altre, suscitando riflessioni sulla funzione e il ruolo dei giornali oggi.

ChissĂ  se nelle scuole di giornalismo c’è un corso apposito per l’unico genere di successo in questo tempo sbandato, per l’unica cosa alla quale possano servire i giornali in un secolo in cui sono utili quanto i maniscalchi o il cinema in sala. ChissĂ  se esistono docenti che ti insegnino a fare i pezzi che possiamo catalogare alla voce: ma cosa cazzo. Se per l’intervista che diventa reportage il modello insuperato è “Frank Sinatra ha il raffreddore” (Gay Talese, Esquire 1966), se per l’invettiva si considera archetipo contemporaneo “La rabbia e l’orgoglio” (Oriana Fallaci, Corriere della sera 2001), per il ma-cosa-cazzo bisogna arrivare all’epoca dei clic, prima della quale i ma-cosa-cazzo potevano passare inosservati o sembrare involontari, e non una formidabile macchina da visualizzazioni.🔗 Leggi su Linkiesta.it

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