Un cece vale più di un maiale e un nome vale più di entrambi
Un alimento può raggiungere un valore emotivo o simbolico che supera quello economico, e in alcuni casi un nome o un marchio può avere un peso maggiore rispetto a un singolo prodotto. Ci sono situazioni in cui il prezzo non riflette più la qualità o la storia dietro un articolo, lasciando spazio a considerazioni che vanno oltre i numeri. È un fenomeno che si manifesta spesso nel mercato alimentare, dove i valori simbolici assumono un ruolo centrale.
Esiste un momento, nella vita di ogni prodotto alimentare, in cui il prezzo smette di raccontare la storia giusta. Un cece costa pochi centesimi e può nutrire una generazione. Un chilo di maiale, in certi angoli del pianeta, vale meno dell’energia spesa per produrlo. Uno spot televisivo con un uovo di cioccolato è gratuito per chi lo guarda, ma ha un costo che qualcuno ha deciso di rendere finalmente visibile. Un nome – Prosecco – può valere più del vino che lo porta. Questa settimana il cibo ha presentato il conto, e in nessuna delle cinque storie che lo raccontano il totale corrisponde a quello atteso. Si comincia dalla Spagna, dove El País racconta la seconda vita del potaje de vigilia – lo stufato quaresimale a base di ceci e spinaci che per secoli ha accompagnato la Settimana Santa sulle tavole spagnole. 🔗 Leggi su Linkiesta.it

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