Dall’Iran mi scrivono | quei sacchi neri coi cadaveri ‘parlano di noi’ La nazione ridotta a mattatoio
Dall’Iran arrivano immagini dure e inquietanti. I sacchi neri pieni di corpi sono diventati il simbolo di un paese ridotto a un vero e proprio mattatoio. Le foto circolano tra chi cerca di capire cosa sta succedendo, e l’odore di morte si sente ancora forte, anche a distanza. La cronaca racconta di un paese in crisi, dove la violenza e il dolore sembrano aver preso il sopravvento.
C’è un odore che percepisco, che non riesco a scrollarmi di dosso, un odore che non dovrebbe appartenere a nessuna cronaca, a nessun racconto di vita. È l’odore del sangue fresco che si mescola alla polvere delle strade di Teheran, un profumo ferroso, amaro, che buca lo schermo del cellulare ogni volta che apro un video arrivato clandestinamente. Ricevere questi messaggi dagli iraniani rimasti là, o dai dissidenti che gridano aiuto dall’estero, è diventato un rito quotidiano di dolore. “Parla di noi”, mi scrivono. “Non lasciate che il nostro sangue scorra nel silenzio”. E io resto qui, con il cuore che batte al ritmo dei colpi di fucile che sento in sottofondo, consapevole che ogni notifica potrebbe essere l’ultimo respiro di una vita spezzata. 🔗 Leggi su Ilfattoquotidiano.it

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