Dino Zoff, le dimissioni dopo Berlusconi e il ricordo di Gascoigne alla Lazio
Dino Zoff ripercorre le scelte che hanno segnato la sua carriera, dalla finale europea persa con la Francia alle dimissioni dopo le critiche di Berlusconi. Tra i ricordi anche l'affetto per Gascoigne e una lezione ricevuta dal padre.
La decisione di lasciare la Nazionale dopo la finale degli Europei del 2000 resta uno dei passaggi più significativi nella vita di Dino Zoff. L'ex portiere azzurro, intervistato da Repubblica, torna sullo scontro con Silvio Berlusconi e racconta perché scelse di dimettersi, pur conoscendo le possibili conseguenze sulla propria carriera. Un episodio che si intreccia con i ricordi di oltre quarant'anni trascorsi nel calcio, tra successi, sconfitte e rapporti umani.
Nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942, Zoff ha 84 anni e si prepara a compierne 85 nel febbraio 2027. Campione d'Europa nel 1968 e del mondo nel 1982, conserva un primato unico tra i calciatori italiani. Eppure, nel ripensare al proprio percorso, preferisce descriversi come un uomo di sport che ha cercato di migliorare continuamente, accettando anche le sconfitte senza cercare giustificazioni.
Il momento più difficile della sua esperienza da commissario tecnico arrivò nell'estate del 2000. L'Italia aveva raggiunto la finale degli Europei, ma la Francia riuscì a pareggiare nei minuti conclusivi dei tempi regolamentari e conquistò il titolo con il golden gol di David Trezeguet. Alle critiche sportive si aggiunsero quelle di Berlusconi, che contestò duramente alcune decisioni tattiche dell'allenatore.
Zoff reagì lasciando l'incarico. «Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi», ribadisce nell'intervista. Per l'ex ct, le dimissioni rappresentarono una scelta di coerenza personale in un ambiente dove anche gli scontri più accesi spesso si risolvono senza conseguenze. Era consapevole che quella decisione avrebbe compromesso il suo futuro professionale, ma non intendeva comportarsi diversamente. Dopo l'addio alla Nazionale tornò comunque ad allenare la Lazio e, nel 2005, la Fiorentina, senza più ritrovare la continuità della precedente carriera in panchina.
Il principio di assumersi sempre le proprie responsabilità, spiega Zoff, nasce dall'educazione ricevuta in famiglia. Ricorda quando, dopo aver subito una rete inattesa, provò a giustificarsi con il padre sostenendo di non aver previsto la conclusione dell'avversario. La risposta fu immediata: «Fai il farmacista per caso?». Una battuta che gli insegnò a non attribuire agli altri la responsabilità dei propri errori.
Quella lezione gli tornò utile già all'inizio della carriera. Nel 1961, al debutto in Serie A con l'Udinese, incassò cinque gol nella trasferta contro la Fiorentina. Mortificato dalla prestazione, decise di andare al cinema per distrarsi. Durante l'intervallo, però, il cinegiornale La Settimana Incom mostrò proprio le immagini della partita. Zoff ricorda di essersi abbassato sulla poltrona per la vergogna, nel tentativo di non farsi riconoscere.
Il calcio non era necessariamente il suo unico destino. Se non fosse riuscito a diventare un professionista, avrebbe potuto lavorare come meccanico. Racconta con ironia di avere una certa abilità con i pistoni, un'alternativa concreta alla carriera che lo avrebbe portato a vestire le maglie di Udinese, Mantova, Napoli e Juventus.
Tra gli allenatori che hanno lasciato un segno nella sua formazione, Zoff riserva parole particolarmente affettuose a Cestimir Vycpálek, incontrato alla Juventus. Ne ricorda la calma, l'intelligenza e la capacità di guidare i giocatori senza ricorrere alle urla. Un comportamento maturato anche attraverso esperienze personali difficili, tra guerre e regimi politici. Diverso, secondo Zoff, era il carattere di Zdenek Zeman, nipote di Vycpálek, con il quale non trovava particolari somiglianze.
Un capitolo più leggero riguarda Paul Gascoigne, allenato durante l'esperienza alla Lazio. Zoff racconta un episodio avvenuto durante un ritiro, quando il fantasista inglese gli chiese di poter raggiungere la fidanzata. L'allenatore cercò di convincerlo a rimanere con la squadra, ma il giocatore non seguì il consiglio.
Il giorno successivo, mentre i calciatori erano a tavola, Gascoigne comparve all'esterno di una vetrata completamente nudo. Nel suo italiano incerto spiegò di essere tornato perché sapeva che il tecnico aveva bisogno di lui, ma di non aver trovato il tempo per vestirsi. Zoff decise di mandarlo a casa, una scelta che ancora oggi ricorda con dispiacere per il valore tecnico del calciatore.
Dietro le intemperanze dell'inglese, infatti, vedeva un talento fuori dal comune e una persona capace di suscitare grande tenerezza. Avrebbe voluto schierarlo in campo, perché riteneva che giocatori con qualità artistiche così particolari meritassero soprattutto di essere apprezzati. Il rapporto umano con Gascoigne rimane uno dei ricordi più affettuosi della sua esperienza laziale.
Tra le figure decisive della sua storia c'è anche Enzo Bearzot, il commissario tecnico che gli affidò la porta dell'Italia ai Mondiali del 1982, quando aveva già quarant'anni. Zoff ne ricorda la preparazione, la sensibilità e la forza con cui affrontò le contestazioni precedenti al trionfo di Madrid. Le critiche rivolte all'allenatore durante quella competizione gli apparvero ingiuste rispetto alle qualità umane e professionali che gli riconosceva.
Dal Mondiale spagnolo arriva anche un ricordo legato a Sandro Pertini. Durante il viaggio di ritorno in aereo, il presidente della Repubblica giocò a scopone in coppia con Zoff contro Franco Causio e Bearzot. La partita terminò con una sconfitta per il portiere e il capo dello Stato. Circa quindici giorni dopo, Zoff ricevette un cablogramma nel quale Pertini si scusava per un errore commesso durante il gioco e manifestava il desiderio di una rivincita. Un messaggio che l'ex campione conserva ancora nella propria abitazione.
Attraverso questi episodi, Zoff ricostruisce una carriera nella quale il risultato sportivo non ha mai cancellato il valore delle scelte personali. La stessa convinzione che lo accompagnò quando decise di lasciare la Nazionale dopo le parole di Berlusconi. A distanza di oltre ventisei anni, non rinnega quel gesto e continua a considerarlo una decisione inevitabile per il modo in cui ha sempre interpretato la dignità e le responsabilità di un uomo di sport.
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