Trump difende la guerra in Iran dopo le midterm, Vance chiede di fermarla
La guerra con l'Iran pesa sulla sconfitta repubblicana alle elezioni americane di metà mandato. Trump ammette l'effetto del caro benzina ma difende l'intervento, mentre Vance chiede di chiudere il conflitto e cambiare priorità.
Donald Trump non intende rinnegare l'intervento militare contro l'Iran, nonostante la pesante sconfitta subita dai repubblicani nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026. Il presidente degli Stati Uniti ha riconosciuto che il conflitto e l'aumento dei prezzi dei carburanti hanno contribuito alla vittoria democratica, ma ha difeso la propria decisione. Le sue dichiarazioni arrivano dopo le critiche del vicepresidente JD Vance, che considera la guerra la principale causa del risultato elettorale.
Parlando con i giornalisti durante una visita al cantiere della nuova sala da ballo della Casa Bianca, Trump ha ammesso che l'analisi del suo vice contiene elementi condivisibili. L'aumento temporaneo del prezzo della benzina, ha spiegato, potrebbe aver spinto una parte degli elettori ad abbandonare i candidati repubblicani. Una valutazione che non modifica, tuttavia, il giudizio del presidente sull'operazione militare.
Trump ha sostenuto che impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare fosse una necessità per la sicurezza internazionale. Per questo, anche conoscendo le conseguenze politiche dell'intervento, prenderebbe nuovamente la stessa decisione. Ha inoltre ribadito di essere consapevole delle riserve di Vance già prima dell'inizio delle operazioni militari.
Il presidente ha assunto una posizione altrettanto netta sulla durata del conflitto. Interrogato sulla possibilità di arrivare rapidamente alla conclusione delle ostilità, ha dichiarato: "La guerra finisce quando voglio io". Una risposta che conferma la volontà di mantenere il controllo delle decisioni militari, senza indicare una scadenza precisa per la fine dell'intervento.
Le parole di Trump seguono un lungo intervento pubblicato da JD Vance su X. Il vicepresidente ha attribuito direttamente alla guerra la perdita del controllo del Congresso, sostenendo che il risultato delle urne debba essere letto soprattutto come una reazione degli americani alla politica estera dell'amministrazione.
Vance ha invitato i repubblicani a valutare apertamente il costo della scelta militare. Chi ritiene giustificato l'intervento, secondo il vicepresidente, dovrebbe spiegare agli elettori perché fosse accettabile pagarlo anche con la perdita del Senato per i prossimi sei anni. Non ha chiesto necessariamente un giudizio unanime, ma una discussione esplicita sulle responsabilità politiche.
La sua proposta per recuperare consenso comprende la conclusione della guerra, una maggiore attenzione all'inflazione e alle difficoltà economiche delle famiglie, il ritorno alle priorità dell'agenda "America First" e una revisione dei rapporti tra Washington e Israele. Sono indicazioni che riflettono lo scetticismo già manifestato in passato da Vance verso il coinvolgimento americano in conflitti prolungati all'estero.
Il vicepresidente ha richiamato anche le analisi elettorali elaborate da un sondaggista di sua fiducia. Secondo queste rilevazioni, una parte dei cittadini che avevano votato per Trump e Vance nel 2024 avrebbe successivamente maturato l'intenzione di sostenere i democratici. La guerra iraniana avrebbe contribuito al cambiamento, insieme alle preoccupazioni economiche.
I dati diffusi da Associated Press indicano che circa sei elettori su dieci considerano sbagliata l'azione militare contro Teheran. Per molti votanti, tuttavia, il costo della vita e la corruzione hanno rappresentato questioni ancora più rilevanti nella scelta del candidato. Il risultato elettorale appare quindi legato a diversi fattori, con il conflitto che ha aggravato un malcontento già presente.
Trump ha offerto una lettura differente delle responsabilità interne al Partito repubblicano. Pur riconoscendo gli effetti negativi della guerra, ha sostenuto che i candidati non siano riusciti a beneficiare del sostegno personale ricevuto durante la sua campagna presidenziale. Secondo il presidente, una sua presenza diretta sulla scheda avrebbe potuto cambiare l'esito delle votazioni.
Il riferimento è alla partecipazione ai comizi e al rapporto costruito con gli elettori, che Trump considera difficilmente trasferibile ad altri esponenti del partito. Il presidente ha descritto il consenso raccolto durante le proprie iniziative politiche come particolarmente intenso, osservando che i candidati repubblicani non sono riusciti a trasformarlo in voti sufficienti per conservare le maggioranze parlamentari.
La conseguenza immediata delle midterm è il passaggio di entrambe le Camere del Congresso sotto il controllo democratico. Il nuovo equilibrio istituzionale renderà più complessa la seconda metà del mandato presidenziale, soprattutto sulle iniziative legislative che richiedono l'approvazione del Parlamento.
Nonostante il risultato, Trump ha manifestato ottimismo durante una breve conversazione telefonica con la Cnbc. Il presidente si è detto fiducioso riguardo agli ultimi due anni della propria amministrazione e ha prospettato la possibilità di raggiungere accordi con le nuove maggioranze democratiche su un numero di questioni superiore alle aspettative.
Il cambiamento politico potrebbe però avere conseguenze anche sull'attività di controllo del Congresso. Con la maggioranza alla Camera e al Senato, i democratici potranno promuovere audizioni, richiedere documentazione e avviare indagini parlamentari sull'operato dell'amministrazione e dei suoi collaboratori.
Tra le ipotesi discusse figura anche un nuovo procedimento di impeachment nei confronti del presidente. Trump ha respinto la prospettiva, contestando l'esistenza di motivi che possano giustificarla e sostenendo che un'iniziativa del genere finirebbe per danneggiare politicamente gli stessi democratici. L'eventuale apertura della procedura richiederebbe comunque una specifica iniziativa parlamentare e non deriverebbe automaticamente dal risultato elettorale.
Le conseguenze della sconfitta investono anche gli equilibri futuri del Partito repubblicano. Interrogato sulle presidenziali del 2028, Trump ha evitato di indicare un possibile successore e non ha escluso che JD Vance possa decidere di non partecipare alla competizione per la Casa Bianca.
Il vicepresidente resta uno dei nomi considerati più rilevanti per la prossima candidatura repubblicana. La sua posizione sulla guerra iraniana introduce però una distinzione politica rispetto al presidente, senza tradursi per il momento in una rottura formale. Il confronto sulla politica estera potrebbe quindi influenzare anche la futura selezione del candidato alla presidenza.
Trump ha affrontato inoltre le indiscrezioni relative al segretario alla Guerra Pete Hegseth. Alla domanda su una possibile sostituzione, ha risposto negativamente, esprimendo apprezzamento per il lavoro svolto. Ha anche osservato che Hegseth potrebbe riscuotere consenso come candidato al Senato, precisando però di non essere a conoscenza di iniziative concrete in questa direzione.
Un altro passaggio riguarda la leadership repubblicana alla Camera dei rappresentanti. Mike Johnson ha annunciato che non cercherà di guidare il gruppo parlamentare dopo il passaggio del partito all'opposizione. Trump ha elogiato il suo operato e ha assicurato di non avergli chiesto di ritirarsi dalla competizione.
Per la successione a Johnson si confrontano Steve Scalise, attuale leader della maggioranza repubblicana, e Jim Jordan, presidente della Commissione Giustizia della Camera. Trump ha espresso apprezzamento per entrambi, ma ha dichiarato di non voler intervenire direttamente nella scelta del nuovo capogruppo.
La sconfitta elettorale lascia così i repubblicani davanti a due questioni immediate. Da un lato dovranno ridefinire la propria strategia in un Congresso controllato dai democratici, dall'altro affrontare le divergenze sulla guerra in Iran e sulle priorità dell'amministrazione. Trump continua a difendere l'intervento militare, mentre Vance chiede una correzione della linea politica per riconquistare gli elettori perduti.
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